Fra spazio privato e spazio pubblico, Meta-para-simil-case

(di Marcello Balzani) Niente come disegnare case produce nella struttura immaginativa un richiamo a matrici e archetipi fondamentali dello stare su questa terra. E nulla come immaginare e rappresentare la casa, nella sua struttura isolata e familiare, costituisce l’aspirazione (antagonista spesso ad una realtà fortemente contrapposta da forzate inserzioni condominiali) più collettivamente diffusa per identificare un’esigenza primaria. Il passaggio realizzativo determina in questo caso un’irrimediabile reductio spirituale della casa di Adamo in Paradiso, del mito nostalgico e creativo dell’abitare, sedimentato in millenni di proiezioni fantastiche tra azioni simboliche e fondatrici (tipiche del fare architettura).

 

[…] Forse oggi, davanti al confronto difficile con il progetto del nuovo ed il bisogno (economico) di recuperare e ristrutturare il vecchio, così tanto volumetricamente prodotto negli ultimi cinquant’anni, c’è da chiedersi se c’è ancora una traccia di possibilità espressiva e come la dimensione compositiva del progetto possa fungere da collettore di una molteplice ricchezza di nuove stimolazioni. Non è il primitivistico tentativo di ricordare immagini domesticose (più che domestiche) o l’oggettuale e feticistico bisogno di internità che può rendere efficace la comprensione di un trapasso complesso del senso di abitazione urbana, quanto piuttosto il profilarsi di un grado di trasformazione che fonde spazio e corpo in una nuova dose di alterità […].

 

Nella modalità residenziale che “la casa” pone in essere c’è un posto per il corpo che progressivamente perde intimità e tradizione perché continuamente collegato, connesso, ispezionato, cablato. È un’auto-sorveglianza che rende ogni giorno lo spazio privato sempre più simile allo spazio pubblico e in cui i rituali ed i comportamenti propongono una situazione di condivisione di una meta-para-simil-casa per meta-para-simil-abitanti. Per quanto riguarda il contesto dei piccoli centri, è interessante porre l’accento su alcuni malesseri in fase di attecchimento e di cronicizzazione. I piccoli centri del nostro territorio, fino a poche decine di anni fa, godevano per lo più di un integrato rapporto con la dimensione rurale nella quale si erano sviluppati per secoli. Aspetti di identità e di affezione, per usare termini alla Lynch, non mancavano e forse erano così forti i caratteri di appartenenza da rendere estremamente visibili e comprensibili storiche coerenze microcampanilistiche.

 

Nell’arco di qualche generazione la campagna urbanizzata è penetrata nel tessuto dell’estesa “zona bianca” e una sottile quanto insidiosa distruzione silenziosa conduce incessantemente a modificare elementi, componenti, colori e forme del costruire, alterando le regole, mai imposte ma condivise, del “fare case” e del “mantenere lo spazio pubblico”. Attraverso un’osmosi al negativo potremmo dire che anche il piccolo tende ad acquisire, per simbiosi, imitazione, analogia o induzione, i problemi del grande.

 

Gli effetti virali e monofunzionali della città parcheggio si distribuiscono non per scale di distanze ma per abitudini d’uso alterando le regole di “occupazione dello spazio pubblico” e ammiccando bisogni che divengono vere e proprie dipendenze comportamentali. Gli ambiti residenziali e i luoghi urbani, generati da stratificazioni e modificazioni che modellano e disegnano la scena urbana, sono visibilmente i più compromessi, non solo nella realtà d’azione quotidiana ma anche nell’immagine e nella potenzialità significativa che la città può determinare in ciascuno di noi. Se nel grande la complessità della situazione non permette spesso di discriminare anche una lettura selettiva comprensibile nel piccolo certi germi entropici e autonichilistici sono inaccettabili.

 

Ferito, cicatrizzato, tradotto con molte metafore corporee, lo spazio costruito sembra vivere un difficile momento del progetto, diversamente dall’oggettuale estetizzazione dell’Architettura e del frammento architettonico, di cui la casa è un diffuso quanto variato modello. Se è in parte accettabile l’alterazione del DNA urbano per un edificio (la casa), per un gesto espressivo, per una funzione importante (il museo, il teatro, l’ospedale) rimane meno credibile che, la piazza, la strada, lo slargo possano essere oggi interpretati in chiave immaginifica, simbolica, pseudoimitativa e autoreferenziale.


Il testo integrale dell’editoriale è pubblicato nell’e-zine “Habitat”.


Marcello Balzani è Direttore di Paesaggio Urbano e Architetti tabloid

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