Forma formante: il progetto di restauro come processo critico

(di Riccardo Dalla Negra) Molto si è scritto, in tema d’architettura, sull’inadeguatezza del progetto a rappresentarla: l’architettura è tale solo se si concretizza. Ben nota è la querelle tra i teorici puri, quelli che si esprimono a parole ed immagini, come tanta avanguardia “dura e pura”, e gli architetti-militanti, quelli che parlano, prevalentemente, attraverso le opere realizzate.

 

È così anche per il Restauro architettonico (dal momento che sempre di architettura parliamo), nel cui ambito disciplinare intere generazioni di studenti sono cresciute assistendo alle lezioni di docenti che proponevano loro noiose dissertazioni sulle “carte del restauro” e su una disamina, magari accurata, di esemplificazioni positive o negative, interessandosi poco alla “parte progettuale” dell’esercitazione che si riduceva, quasi sempre, ad un esercizio di rilievo architettonico e ad alcune scontatissime osservazioni sul degrado dei materiali (il cosiddetto “stato materico”).

 

Erano, quelli, docenti che non avevano mai avuto un coinvolgimento in un cantiere di restauro, neppure attraverso un’auspicabile ed onesta attività di consulenza. Era, e lo è tutt’ora per molti aspetti, il limite oggettivo dell’Accademia (purtroppo imposto anche da limitazioni legislative poco lungimiranti e supportate da interessi corporativi degli ordini professionali), soprattutto di quella che non cercava ieri, come non cerca oggi, al suo esterno, ovviamente sul piano istituzionale, ciò che al suo interno non potrà mai trovare.

 

L’insegnamento del Restauro, tuttavia, negli ultimi anni, è profondamente cambiato, non tanto sul piano dell’apprendimento storico e teorico, quanto su quello laboratoriale, vale a dire i corsi dove ci si esercita progettualmente, che riescono ad esprimere un livello di “professionalizzazione” piuttosto elevato. Questo anche grazie alla forte introduzione dei cosiddetti render ottenuti con texture bitmap o texture procedurali sempre più raffinate, oltre all’utilizzo di “fotopiani” rielaborati da programmi in continua evoluzione.

 

La quarta edizione del Premio Domus (che da quest’anno, con periodicità biennale, è dedicata solo alle tesi di Laurea, di Dottorato e di Specializzazione) è una dimostrazione di quanto sopra accennato in ordine al livello di maturità raggiunto, nella fase di formazione, dalle nuove leve di progettisti.
Tuttavia, così come avviene per i progetti di architettura “del nuovo”, anche per quelli di restauro c’è il rischio di rappresentare una realtà “edulcorata”, percorrendo le scorciatoie ed i trucchi tipici della “professione”. Spesso l’attenzione è troppo spostata sugli automatismi rappresentativi che finiscono per eludere un problema che è alla radice formativa prima, e professionale dopo: l’osservazione analitica, reiterata ed ostinata, direi quasi “anancastica”, dell’edificio nei suoi aspetti materici, come si presenta nel suo “stato di fatto”.

 

Eppure, ciò ancora non basta, perché l’edificio che diviene oggetto del nostro progetto di restauro deve essere compreso nella sua “realtà” architettonica, che non è solo materica, figurativa o strutturale, è una realtà organica ove le componenti non possono essere scisse tra loro. Una “realtà” architettonica da indagarsi non tanto per le idee che l’hanno prodotta (che è campo di studi di altissimo interesse, ma che ha poco a che vedere col restauro), quanto nel suo essere “prodotto finale” di una, più o meno lunga, elaborazione attraverso il tempo e che col “tempo” deve fare i conti.

 

Nondimeno, ciò non è ancora bastevole perché l’intero processo critico deve essere supportato da solidi convincimenti teorici sul Restauro, non dogmaticamente assunti, bensì consapevolmente tradotti nel progetto; e se è vero quanto prima detto in ordine all’Accademia, è anche certo che di architetti-militanti che operino nel Restauro con tale consapevolezza, se ne vedono davvero pochi.
Tale processo critico ci condurrà sempre ad effettuare delle “scelte”, le quali avranno, in ogni caso, ripercussioni sul “prodotto”, siano esse di mantenimento integrale della consistenza materica ereditata, siano esse alla ricerca di uno status quo ante.

 

Dunque, richiamando Pareyson, potremmo dire che l’intero “processo” che caratterizza il progetto possa essere accostato al concetto di “forma formante” che, dallo stadio iniziale, si conclude nella prefigurazione della “forma formata”. Siamo consapevoli, tuttavia, che si possa parlare solo di “prefigurazione”, giacché un ulteriore processo critico si svolgerà, una volta terminato il progetto, durante l’intera fase realizzativa, dal momento che il Restauro, richiamando il pensiero di Philippot, è “critica in atto”.

 

L’auspicio, almeno qui in Emilia, è che si possa passare, anche per il “cratere” del terremoto, dalla “forma formante”, sottesa dal lungo esame dei progetti finanziati, alla “forma formata” relativa alla nuova configurazione degli edifici fortemente danneggiati dal sisma. Un ulteriore auspicio è che tale nuova configurazione risulti “autentica”, sebbene oggetto di reintegrazioni, anche in chiave contemporanea, e non l’ennesima riedizione del “com’era e dov’era”.


Riccardo Dalla Negra, Professore Ordinario di Restauro, Università degli Studi di Ferrara
Direttore di Labo.R.A. – Laboratorio di Restauro Architettonico del Dipartimento di Architettura di Ferrara (TekneHub)

 

Nell’immagine, dettaglio di un elaborato della Tesi di laurea di Francesco Spandre, La Cattedrale di San Cerbone a Massa Marittima: storia, sicurezza e conservazione; relatori: Prof.ssa Anna De Falco, Prof. Ing. Marco Giorgio Bevilacqua, Prof. Pietro Ruschi. AA. 2013-2014

Scritto da

The author didnt add any Information to his profile yet



Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

News dal Network Tecnico