Domesticare lo spazio

(di Marcello Balzani) Uso (e abuso), collaboratore (e tutela), lavoro (e infortunio), animale (e pianta), riscaldamento (e risparmio), spazio (e ambiente) sono probabilmente i sostantivi che oggi più si collegano alla specificità qualitativa che il termine domestico rimanda, delineando un riduzionismo concettuale, quasi un declassamento significativo, in cui versa ciò che la parola rappresenta.

 

Eppure, se si tenta di “guatare” oltre la normale visione delle cose, può sorprendere come tra una sottile sfuggenza e una latente ambiguità domestico vanti un potenziale antico, connesso a filo stretto con il ruolo e la necessità dei principali processi di trasformazione umana. Domesticare è stato fondamentale, soprattutto durante la principale rivoluzione che portò l’umanità ad appropriarsi di “risorse spontanee” per mettere in atto la produzione di “risorse non-spontanee”. Una necessità che imponeva di ordinare e disciplinare la natura.

 

Rimane da chiedersi se quest’azione, che oggi appare una delle tante funzioni obbligate per la vita della nostra specie, scaturì dall’obbligo di soddisfare esigenze vitali di nutrizione e produzione o se invece fu un processo lento che diede inizio al domesticamento perché c’era del superfluo: un “di più” che fece del caso necessità operando una trasformazione straordinaria che porta il nome di rivoluzione neolitica.

 

È avvenuto “come se gli uomini fossero sempre portati a sostituire alla diversità dei sistemi naturali precedenti nei quali avevano intrapreso i propri domesticamenti, degli ecosistemi domestici semplificati e sempre più semplificati, omogeneizzati e sempre più omogeneizzati, sempre più facilmente comprensibili, controllabili e sfruttabili; eppure le leggi dell’ecologia impongono agli uomini, come contropartita di tale semplificazione in aumento, di assicurare a quegli ecosistemi domestici apporti continui e crescenti di energia per mantenere il rendimento” (Barrau). Probabilmente nel cammino verso le città il nostro uomo domesticatore si è reso conto (non sempre coscientemente vedendo anche come le civiltà finiscono) che il processo intrapreso era “potenzialmente vulnerabile”; le logiche che guidano l’incanalamento dell’energia naturale verso la creazione e l’uso di energia artificiale, hanno costituito per millenni l’idea del domino (altra parola che con domestico va a nozze!) della natura.

 

Ma ipotizzare la creazione di un paradiso domestico in cui ricreare un “naturalmente stabile” senza danni e cicatrici appare oggi impossibile: il dominio è in realtà un non-controllo e l’idea di crescita che va per la maggiore richiede di porsi prima di tutto nel ruolo di appartenere alla natura e non di dominarla.

 

Ecco quindi come il “vecchio focolare domestico” (scritto alle soglie del nuovo secolo da Octave de Mirbeau) porta con sé un segno antico, profondamente umano, che travalica le immagini domesticose e feticistiche in cui i nuovi bisogni di internità sembrano coagularsi. Di fronte alla “destrutturazione senza riconversione dello spazio” (Baudrillard) in cui i luoghi domestici condividono nell’immediato un impoverimento di significato dove “niente viene a sostituire il potere espressivo dell’antico ordine simbolico” probabilmente l’individuo non riesce più a trovare un ruolo (e quindi un posto tramite i suoi oggetti) nel rapporto con la famiglia, come con la società.


La casa, quella delle regole e dei simboli (tuttavia non ancora libera e emancipata perché vincolata da un immaginario domestico-borghese) diventa inospitale: si passa dalla Homely alla Unhomely home. E la Domesticità (quella Häuslichkeit così più netta e potente nel termine tedesco) ci ricorda come sia sempre presente, inquietante e perturbante la sfera domestica del bisogno di orientarsi verso casa, di trovarsi bene, a proprio agio, dell’attrattività con un luogo destinato, “sollevando dunque problemi di identità legati al sé, all’altro, al corpo e alla sua essenza: da qui nasce la sua forza di interpretare i rapporti tra psiche e dimora, corpo e casa, individuo e metropoli” (Vidler). Forse tutto questo è stato progettato fin dal neolitico con abilità attraverso il superfluo ed ha determinato una coscienza profonda nella permanenza generazionale che permette di dare ed offrire significati (cultura) a procedimenti funzionali di ordine, controllo e trasformazione, necessari per il progresso. Ed ecco perché oggi in cui viene a crollare la legge della casa, quella oikonomía che ricorda il mito di Ulisse e del suo ritorno (Deridda), l’immagine del dedomesticato prende per la prima volta forza.

 

Le strade per il ritorno al “paradiso domestico perduto (o, meglio, che non c’è più) sono state quasi tutte interrotte” (Bauman) e la permanenza della transitorietà rende ciascuno di noi un po’ alla deriva e senza-tetto, forse non ancora nello spazio, perché l’appagamento dei bisogni sembra tutelarci (per coloro che possono ancora consumisticamente permetterselo), ma in molti gradi nell’anima. Tornare a domesticare lo spazio appare, quindi, come un’emergenza globale, un’esigenza fondamentale per ridurre il dissipamento energetico, ma soprattutto i processi di autosegregazione e distruggere l’ipocrita creazione degli iperghetti, ponendo le basi di una visione inclusiva e comprensiva, finalmente oltre noi stessi.


Il testo integrale dell’editoriale è pubblicato nella e-zine “Domestico”.

 

Nell’immagine, Morphosis Architects, Madrid Public Housing. Foto © Nic Lehoux


Marcello Balzani è Direttore di Paesaggio Urbano e Architetti tabloid

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