Direttiva 2013/55/EU: formazione, tirocinio e professione Architetto

L’argomento è caldo, ed è uno degli argomenti al centro anche dell’attuale campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio Nazionale degli Architetti, che avverrà il prossimo giovedì 11 febbraio, quando (come da nota del 16/12/2015 del Ministero della Giustizia) tutti i Consigli degli Ordini dovranno procedere alla votazione.

L’argomento è caldo perché gli Stati membri dovrebbero mettere “in vigore le disposizioni legislative, regolamentari e amministrative necessarie per conformarsi alla presente direttiva entro il 18 gennaio 2016” (art. 3).

L’argomento è caldo perché, soprattutto per le professioni tecniche e in particolar modo per quella dell’architetto, il Sistema Universitario Italiano dell’Architettura appare fortemente impegnato in un dibattitto interno di ristrutturazione e gran cambiamento, indotto da quanto sta accadendo nel mercato e nella società. Il rapporto tra domanda e offerta del progetto di architettura si è radicalmente trasformato. Il mondo digitale impone nuovi saperi e proietta la progettazione verso un modello interdisciplinare in cui i saperi risultano sempre più fortemente integrati. Le politiche connesse alla trasformazione del territorio non sono più describibili secondo strumenti e paradigmi tradizionalmente utilizzati negli ultimi decenni. E in questo quadro, delineato solo con tre colpi di pennello, anche nel trasferimento di conoscenze della “pratica dell’architettura e del progetto” appaiono sempre più deboli e fragili i confini e le protezioni professionali.

Nel mese di dicembre scorso a Roma, nella Sala delle Comunicazioni del MIUR si è tenuto un primo seminario su questo tema, voluto dalla CUIA (Conferenza Universitaria Italiana di Architettura), promosso congiuntamente con il CNAPPC e realizzato con la piena collaborazione del MIUR, che ha permesso di centrate alcuni aspetti fondamentali dell’attuazione della Direttiva 2013/55/EU. Appare, infatti, ineludibile il concorso cooperante dei diversi ruoli delle istituzioni pubbliche, dell’università, degli enti di governo e degli ordini professionali. La Direttiva, che punta a rafforzare l’impianto della prima Direttiva 85/284/CEE superandone i limiti di naturale trentennale obsolescenza, mette al centro “l’esigenza di supportare la formazione accademica con un’esperienza professionale acquisita sotto la supervisione di architetti qualificati”. E per fare questo viene confermata la creazione di un sistema generale di riconoscimento dei titoli legati a formazione ed esperienza professionale, il ruolo determinante di uno “sviluppo professionale continuo” e l’utilizzo del sistema dei crediti ECTS; tenendo presente che tutto ciò persegue un processo di rafforzamento dell’unificazione del mercato europeo e della mobilità degli architetti, gli aspetti che maggiormente preoccupano riguardano il rapporto (oggi fondamentale per gli architetti) con le strategie di internazionalizzazione, senza le quali il progetto di archittetura e il valore della scuola italiana d’architettura potrebbero trovarsi, nei prossimi anni, marginalmente collocati e drasticamente ridotti di peso e di ruolo.

È vero che il dato di fatto numerico da cui gli architetti italiani partono è sprositato ed esagerato. Se, ironizzando, si dovesse giocare a RisiKo in Europa il numero di carrarmatini definiti dalla quantità degli architetti italiani permetterebbe l’invasione di tutti gli stati membri!

Ma è anche altrettanto vero che l’atomizzazione tutta italiana della proprietà immobiliare ha prodotto un’altrettanta atomizzazione delle professioni e dell’impresa edilizia (spesso micro).

Un mercato molto particolare, che da qualche decennio, inoltre, appare sempre più inassorbente all’innovazione ed al trasferimento tecnologico dei saperi per la tipicità e la fragilità strutturale della filiera produttiva. Ma che è stato anche un mercato adattativo e parzialmente flessibile, concedendo processi di sviluppo non indifferenti al nostro Paese seppur spesso non armonizzati e fortemente sbilanciati.
In una situazione in cui il ridimensionamento è nei fatti il grado di qualificazione della formazione e della professione dell’architetto diventano fondamentali, e il ruolo del tirocinio (da quello curriculare a quello professionale), di un nuovo sistema di Esame di Stato e di un percorso di cooperazione tra formazione e professione appaiono tappe obbligate anche in vista di una strategia di internazionalizzazione che veramente può rimettere al centro la scuola di architettura italiana dando valore a tante realtà estremamente qualificate, che possono essere il punto di leva per la realizzazione una nuova rete di collaborazioni capace di intersecare territori, università, enti pubblici e imprese.

Il prossimo Consiglio Nazionale degli Architetti ha di fronte un passaggio fondamentale, non più derogabile, che dovrà trovare tutti molti coinvolti e disponibili alla sperimentazione e al cambiamento!

 

di Marcello Balzani

 

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