Deroga del contributo minimo Inarcassa sotto ai 15690 euro: serve?

A partire dal 2014 gli architetti e gli ingegneri che avranno un reddito annuo professionale inferiore a 15690 euro potranno derogare gli obblighi di contribuzione a Inarcassa. Il Ministero ha approvato.

 

Cassa nazionale di previdenza e assistenza di categoria (Inarcassa) ha fatto una modifica al Regolamento Generale di Previdenza (con approvazione dei ministeri vigilanti). I liberi professionisti hanno la possibilità di derogare all’obbligo della contribuzione minima soggettiva per un massimo di 5 anni.

 

Ingegneri e architetti prevedono di conseguire nel corso dell’anno un reddito inferiore alla cifra di 15690 euro hanno già da ora la possibilità di rinviare il versamento del contributo soggettivo minimo (che ammonta alla non esigua cifra di 2275 euro), corrispondendo in via sostitutiva una quota che si assesta sul 14,5 % del reddito effettivamente prodotto: questo versamento dovrà avvenire a dicembre 2015, dopo la presentazione della dichiarazione online.

 

Per usufruire della deroga, intanto è necessario non essere pensionati (o pensionandi) e non usufruire già delle riduzioni previste per gli “under 35”.

 

Il presidente di Inarcassa, Paola Muratorio, ha espresso grande soddisfazione per la novità: “Un altro importante passo avanti a favore dei nostri architetti e ingegneri con i redditi più bassi – ha spiegato – al fine di sostenerli realmente in questo momento di crisi della professione”.


È la mossa giusta per alleviare (almeno in parte) i problemi? Ma il problema è sempre quello: se un architetto ha un reddito di 15691 euro, sta bene secondo voi? Non era meglio creare fasce di reddito? Ecco infatti alcuni commenti all’articolo pubblicato qualche settimana fa:

 

“Io faccio l’architetto presso due studi per un totale di 9 ore al giorno, e arrivo a fatica a 13.000 euro lordi anno, mi sto ponendo anch’io la domanda se ha senso o no continuare la professione per queste entrate. Trovo che se si riesce ad andare incontro a chi sul modo del lavoro si è affacciato da pochi anni e ha redditi bassi è una buona cosa, ma dovrebbe essere una cosa fatta a scaglioni, da 15690 a 15695 non cambia niente”.

 

“Personalmente ho fatto il calcolo che non posso esercitare la professione a meno di sostenere costi vivi pari a circa 5000 euro annui (cassa, ordine, assicurazione, commercialista…). Pertanto qualunque professionista che debba pagare anche un affitto casa/studio, come può sopravvivere con 15000 euro? Forse sbaglio, ma costoro potrebbero essere professionisti part-time o che hanno altri redditi diversi”.

 

“Sono d’accordo nel stabilire degli scaglioni di reddito e su quello pagare i contributi, ma la reale situazione è che la libera professione molto spesso (almeno negli ultimi 7/8 anni) non riesce a darti un reddito sufficiente per sopravvivere. Molto spesso a sentire anche altri colleghi il reddito dei 15.600 € non viene raggiunto…”.

 

Si riesce a sopravvivere se il reddito da lavoro autonomo non è il principale in famiglia. Ora serve a mantenere a malapena le spese necessarie a conservare il proprio studio. E aggiungiamoci pure il nuovo balzello dei crediti formativi: ore sottratte al lavoro, per di più a pagamento. Lo scorso anno anche l’aumento dei contributi ha dato un altro bel colpo. E adesso possiamo non versare, vedendo allontanare la pensione. Non so più cosa pensare”.

 

“Comunque si credo che siamo tantissimi sotto quella soglia! Il punto è che le parcelle devono essere certificate e su quelle si devono pagare le tasse. Io sarei felice di pagare le tasse se la mia parcella fosse degna della professione. Inoltre le parcelle devono essere commisurate al mercato”.

 

“Siamo troppi i liberi professionisti sotto la soglia minima. Occorre stabilire tariffe minime per legge, con sanzioni pesanti per chi non le rispetta. Inoltre occorre fare in modo che il pagamento del tecnico (sempre sulla base di tariffe minime che garantiscano la dignità e la sopravvivenza del professionista assieme al valore del lavoro specifico) venga richiesto tra i documenti da presentare agli enti per l’ottenimento di permessi e certificazioni, solo così combatteremo la pessima abitudine del cliente di non pagare e l’evasione fiscale da parte nostra. Credo anche che debba essere stabilita una pensione minima che tenga conto della nostra formazione, delle responsabilità del nostro lavoro e del nostro ‘status’, se così si può chiamare, di professionisti: è inaccettabile una cifra inferiore alla pensione sociale minima. Si propongano le giuste riforme e ci saranno più professionisti in grado di pagare le tasse”.

 

I commenti sono stati molti, segno che l’argomento interessa, ed è molto ampio. L’iniziativa di Inarcassa è lodevole, ma forse bisognerebbe considerare meglio le reali condizioni dei professionisti tecnici, i loro redditi reali, la condizione famigliare di ciascuno. Spesso un lavoratore non può essere aiutato tramite provvedimenti che si basano su statistiche o conclusioni generiche: il risultato (la normativa) è un segnale, ma occorre affinare l’intervento, entrare nel dettaglio, altrimenti le riforme aiutano i fortunati che rientrano nei termini previsti, e magari un professionista viene aiutato e un suo amico, o un suo collega, che quadagna 100 auro in più all’anno, no. Il confronto tra i due sarebbe inevitabile e ridicola sarebbe la realtà delle cose. Questa considerazione, poi, è al netto delle situazioni famigliari.

 

a cura di Enrico Patti

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