La trasformazione delle forme nella legge della casa

(di Marcello Balzani) Nel momento in cui la legge della casa viene rigenerata dalla proroga fino al 31 dicembre 2015 del Bonus Mobili (una misura di agevolazione fiscale inserita nel comma 47 dell’articolo 1 della Legge di Stabilità 2015, vedi) mi sembrava interessante anche prorogare il concetto  di internità e ciò che si porta dietro oltre l’arredamento.

 

Per gli architetti il Bonus Mobili, in un momento di crisi diffusa, può definirsi come un interessante innesco di lavoro, in quanto risulta connesso alle opere di ristrutturazione edilizia e quindi incentivante il processo di recupero edilizio e architettonico. Ma non è solo questo, perché, quella dell’internità, è una strana condizione, che ricorda come parlare di luoghi racchiusi risulti comunque complesso […]. Se la distanza si annulla nella realtà (mentre nell’apparenza dell’interno si crede di rimanere protetti) il risultato è più simile a una schizotopia (Guenther Anders), uno stato in cui l’individuo crede di essere dove è e contemporaneamente dove lo porta il rumore del mondo.

 

[…] L’interno è creato idealmente come luogo di separazione, come una recinzione dal mondo esterno. Grottescamente poi ogni interno viene talmente cablato e connesso che il lontano entra e annulla ogni membrana, rende trasparente i muri come nel sogno di Palazzeschi della sua casetta di cristallo. E mentre questo avvicinamento agisce subdolamente via etere e via cavo, scrive Umberto Galimberti, un equivalente allontanamento si mette in azione. Il vicino, l’intimo e il familiare (quei significati e quei valori per i quali si è posto in essere l’interno) si dimezzano, si riducono, escono dall’internità.

 

Ecco quindi come il “vecchio focolare domestico” (scritto alle soglie del nuovo secolo da Octave de Mirbeau) porta con se un segno antico, profondamente umano, che travalica le immagini domesticose e feticistiche in cui i nuovi bisogni di internità (spesso oggettualmente espressi nell’arredamento) sembrano coagularsi. Di fronte alla “destrutturazione senza riconversione dello spazio” (Baudrillard) in cui i luoghi domestici condividono nell’immediato un impoverimento di significato dove “niente viene a sostituire il potere espressivo dell’antico ordine simbolico” probabilmente l’individuo non riesce più a trovare un ruolo (e quindi un posto tramite i suoi oggetti) nel rapporto con la famiglia, come con la società.

 

La casa, quella delle regole e dei simboli (tuttavia non ancora libera e emancipata perché vincolata da un immaginario domestico-borghese) diventa inospitale: si passa dalla Homely alla Unhomely home. E la domesticità (quella Häuslichkeit così più netta e potente nel termine tedesco) ci ricorda come sia sempre presente, inquietante e perturbante la sfera domestica del bisogno di orientarsi verso casa, di trovarsi bene, a proprio agio, dell’attraenza con un luogo destinato, “sollevando dunque problemi di identità legati al sé, all’altro, al corpo e alla sua essenza: da qui nasce la sua forza di interpretare i rapporti tra psiche e dimora, corpo e casa, individuo e metropoli” (Anthony Vidler).

 

Forse tutto questo è stato progettato fin dal neolitico con abilità attraverso il superfluo e ha determinato una coscienza profonda nella permanenza generazionale che permette di dare e offrire significati (cultura) a procedimenti funzionali di ordine, controllo e trasformazione, necessari per il progresso. Ed ecco perché oggi in cui viene a crollare la legge della casa, quella oikonomía che ricorda il mito di Ulisse e del suo ritorno (Jacques Deridda), l’immagine del dedomesticato prende per la prima volta forza.

 

Le strade per il ritorno al “paradiso domestico perduto (o, meglio, che non c’è più) sono state quasi tutte interrotte” (Zygmunt Bauman) e la permanenza della transitorietà rende ciascuno di noi un po’ alla deriva e senza-tetto, forse non ancora nello spazio, perché l’appagamento dei bisogni sembra tutelarci (per coloro che possono ancora consumisticamente permetterselo), ma in molti gradi nell’anima. Tornare a domesticare (arredare & colorare) lo spazio appare, quindi, come un’esigenza fondamentale per ridurre i processi di autosegregazione e distruggere l’ipocrita creazione degli iperghetti, ponendo le basi di una visione inclusiva e comprensiva, finalmente oltre noi stessi.

 

Nell’attuale internità poi l’ibrido è di casa, non solo perché il digitale (nel progetto come in parte nel realizzato) regna sovrano, ma anche per l’interazione corporea che si tira dietro. “Lo è per sua natura: l’immagine digitale è, come visto, artificio, simulazione, modello che ricerca ibridazioni con la realtà e con il naturale. Va pensata, quindi, nella dialettica tra organico e artificiale. Il suo aspetto è l’artificiale; il suo riferimento è il naturale. Reale e virtuale sono continuamente ibridati e concettualizzati, in modo che l’artificio simuli una propria naturalità.” (Maurizio Unali).


Il testo integrale dell’editoriale è pubblicato su Architetti Tabloid 1/2015.


Marcello Balzani è Direttore di Paesaggio Urbano e Architetti tabloid

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