Complessità e sostenibilità. Favorire nuove ipotesi per la pianificazione territoriale e l’urbanistica

Abbiamo pubblicato sin’ora (approfondisci qui) i dieci numeri in pdf di “Complessità e sostenibilità” usciti tra marzo/aprile 2007 e gennaio/febbraio 2009. Ripartiamo oggi dal n.2 dell’anno 2004, da un cd-rom pubblicato quindi prima di quelli già messi on-line su Architetti.com, dove Gabriella Padovano, Direttore scientifico della rivista, scrisse un’editoriale che, letto a distanza di anni, risulta essere ancora di bruciante attualità. L’editoriale tratta di “Valutazione della qualità dei territori: Carinzia, Friuli-Venezia Giulia, Slovenia” e affronta anche temi che hanno un valore generale, legati all’urbanistica, al terriotrio e alla sua pianificazione. In questo pezzo si fa riferimento a problematiche del 2004, ancor oggi vive. La risposta è una: occorre riprendere il dibattito sulla metodologia per modelli nella pianificazione allo scopo di “riportare l’attenzione sulla possibilità (e necessità), oggi, di descrivere il territorio nelle sue dimensioni significative, di valutare i modi nei quali le risorse sono utilizzate, di riportare l’osservazione sui rapporti tra regole normative e fenomeni territoriali, per favorire nuove ipotesi per la pianificazione territoriale e l’urbanistica in nuove dimensioni europee”.

 

Vi sono molti luoghi comuni, che si stratificano nelle menti sino a divenire presupposti riduttivi, che impediscono di osservare e approfondire alcune problematiche, eludendole prima ancora di averle enunciate.

 

Uno di questi luoghi comuni riguarda la pianificazione delle “vaste aree” e la convinzione che non si dia la possibilità di costruire una conoscenza e una riflessione propositiva nelle dimensioni che riguardano più regioni.
Gli insuccessi dell’urbanistica dei piani intercomunali, dei piani regionali e di quelli che ritagliano territorio sulla base di leggi speciali e di patti territoriali, dei piani paesistici sembrano avvalorare e rinforzare la credenza della inutilità di un allargamento delle dimensioni territoriali.
La vasta area sembra un riferimento sfocato, più scenario ambiguo e giustificazione ad hoc per particolari operazioni, piuttosto che progetto complessivo e collettivo che pretenda di inverarsi.
L’elaborazione di piani di vasta area, quale insieme di regioni differentemente aggregate o ritagliate, ha costituito una idea di pianificazione territoriale attorno alla quale è stata costruita una strategia della conoscenza analitica e progettuale, della rappresentazione sociale e dell’assetto istituzionale, che non ha registrato alcun successo reale.

 

Le principali fasi della crescita e trasformazione della società e dell’economia sono state connotate da una concettualizzazione dei fenomeni quali la concentrazione urbana, gli squilibri territoriali, il decentramento produttivo, la de-industrializzazione, il declino metropolitano, la globalizzazione e la new economy.
In tutti questi specifici aspetti è sempre emersa la necessità di un’osservazione diversa da quella utilizzata normalmente dalla disciplina urbanistica, ma ciò che è realmente avvenuto è stata la concentrazione dell’attenzione disciplinare sulla costruzione di sistemi gerarchicamente ordinati di fenomeni e di situazioni, nei quali il confine, le scale e le dicotomie (equilibrio/squilibrio, dominanza/subordinazione, sviluppo/arretratezza, centro/periferia, concentrazione/decentramento) hanno continuato ad ordinare la conoscenza entro le dimensioni tradizionali.
Il predominio concettuale e gestionale delle perimetrazioni localistiche e la tendenza a tradurre ogni risultato della ricerca in norme, restando all’interno del quadro legislativo vigente, ha finito con l’inserire le possibilità dei nuovi fenomeni entro un insieme di compiti e ruoli già definiti nella pianificazione dominante.
Hanno proliferato piani di area, di bacino, paesistici, che hanno riproposto le vecchie logiche, le usuali attrezzature tecniche e mentali, su aree allargate, ma senza vedere che le nuove dimensioni non sono solo quantitative, bensì, in primo luogo, territori in cui sono apparse differenti logiche insediative cui sono associati differenti modi di vita.
L’ipotesi avanzata dalla cultura dominante di riduzione della complessità, quale soluzione di una realtà caotica, contraddittoria, ambivalente, incerta, richiede l’introduzione di filtri di selezione, di forme di controllo e di decisione anche sull’informazione, che richiedono una forte tecnicizzazione del potere, comportano forme di autoritarismo che, oltre a ridurre la complessità, negano spazi alla democrazia.

 

Nella società contemporanea, tuttavia, la progressiva globalizzazione dei mercati e l’affermarsi della società dell’informazione, in cui la produttività e la competitività dipendono dall’accesso alla conoscenza e dalla possibilità di elaborare e scambiare informazioni, tendono a modificare le tradizionali gerarchie tra aree geografiche, mercati e forme di scambio, inducendo nuovi e più complessi livelli di organizzazione delle attività.
Un’osservazione generale riguarda la contraddizione tra “l’identità differenziata” di luoghi e processi del territorio e “l’omologazione” che la pianificazione, nella sua impostazione generale di egualitarismo razionale, tende a imporre alle singole realtà.
La tendenza all’omologazione e centralità ha eliminato alcuni anelli fondamentali di un corretto sistema di pianificazione aderente ai processi territoriali:
1. nel livello superiore si è annullata la possibilità di connettere regioni contermini e di formulare relazioni interregionali;
2. nel livello intermedio si è disattesa la pianificazione intercomunale e provinciale: tutti i livelli intermedi si sono rivelati compressi tra il Comune e la Regione;
3. la partecipazione dei cittadini non ha trovato canali effettivi ed efficaci.

 

Sul piano territoriale, hanno ritrovato grande possibilità di sviluppo i processi che riuscivano a incanalarsi entro le relazioni della centralità economica-industriale, in cui anche la terziarizzazione, a lungo contrastata dalle ideologie dominanti, che la escludevano considerandola un processo “parassitario”, ha trovato spazio nel modello centralistico.
Ne è derivata una subordinazione alle centralità del sistema infrastrutturale che ha “indurito” il disegno territoriale escludendo con le autostrade, larghe porzioni di territorio “differenziato” e dando luogo ad una erosione delle aree a destinazione agricola e del patrimonio ambientale.
Si pone il problema di un diverso orientamento che individui, nei beni culturali e ambientali, le risorse verso cui portare un disegno integrato e organizzato sul territorio per la costruzione esplicita dei luoghi della identità.
Si è registrato un generale scollamento tra esigenze di pianificazione strategica e di controllo generale di “vaste aree territoriali“, da una parte, e l’accavallarsi di piani settoriali localistici che hanno teso a sostituirsi alla carenza di indirizzi di politica del territorio, senza, tuttavia, percepire le nuove relazioni instauratesi tra sistema sociale e ambiente.

 

È necessario incominciare a pensare a un nuovo piano interregionale di vasta area, che innovi il piano e le “pratiche della pianificazione”, con l’abbandono di ogni ragionamento deterministico.
Si tratta di prospettare modalità di pianificazione che, avendo assunto le dimensioni di incertezza, complessità e contingenza, come caratterizzanti la condizione presente e futura, sostituiscano alla sequenza informazione, sviluppo, comando, quella di attenzione, comunicazione, apprendimento, in modo da divenire strumento “adattivo”, che cerca di adeguarsi alle mutazioni socio-economiche-territoriali, per dar luogo a organizzazioni aperte al sistema sociale.
La linea, che deriva dall’aver assunto l’ampia dimensione internazionale, porta dal paradigma della scelta e azione razionale a quello interattivo.
Mentre in una regione unitaria si può tendere a pianificare per “atti di imperio”, con provvedimenti e decisioni prese dal vertice dei livelli, in un sistema interregionale, quale quello di regioni contermini appartenenti a nazioni diverse, a tutti i livelli si deve tendere ad operare con il sistema della pattuizione, cercando sempre il consenso delle popolazioni coinvolte e lasciando esprimere le minoranze ed emergere le diversità.
Non c’è spazio in un sistema interregionale per il principio gerarchico, ma differenti livelli orizzontali e verticali sono parimenti ordinati, con un profondo interesse e rispetto per le diversità stesse, cioè per tutto ciò che sul piano del costume, delle tradizioni culturali, dello stile di vita, delle caratteristiche ambientali e paesaggistiche connota persone, aggregazioni sociali e luoghi.

 

Tale posizione comporta la ricerca di approcci alla gestione del territorio che producano innovazione territoriale, attraverso l’interazione contestuale e il comportamento strategico degli attori. Ciò significa tentare il superamento del tradizionale approccio “razional-comprensivo”, senza, tuttavia, ricadere nel tatticismo dell’approccio “incrementalista” o di quello “contrattualista”, che si sono rivelati limitati e non risolventi.
Si tratta di operare attraverso un approccio che valorizza i contesti interattivi, attraverso la generazione di quadri prospettici, cioè, come scrive Lanzara “di attese di ciò che è possibile o probabile che accada in una determinata situazione, di regole e norme per l’azione e, infine, di criteri pragmatici che discriminano ciò che è socialmente o moralmente ammissibile o accettabile da ciò che, invece, non lo è.”
La vasta area va osservata, interpretata e progettata in modi diversi da quelli utilizzati per le aree della pianificazione del passato. Occorre stabilire relazioni differenti tra caratteri del territorio, pratiche sociali e sistemi di ordinamento pianificatorio, riconoscere e comprendere modi di vita e sistemi insediativi, le loro stratificazioni e interazioni complesse, ridefinire il ruolo e i caratteri funzionali e morfologici dei luoghi e riflettere sulle ragioni, caratteri e relazioni del sistema stesso delle interrelazioni e stratificazioni.

 

E’ necessario comprendere che siamo di fronte ad una sfida nella quale la morte della città (la città-organismo, la città-metropolitana) è stata sostituita dal territorio della complessità, una sorta di città infinita cioè qualcosa di meravigliosamente non conosciuto, dai confini imprevedibili, che richiede una nuova immaginazione analitica e progettuale unitamente a nuove ipotesi di governance di area vasta.
Diversità e incertezza e non unicità e certezza rappresentano i termini con i quali si possono far convergere tutte le incertezze e sulla base delle quali è possibile ricominciare a intessere una nuova visione senza postulare alcun fondamento di certezza, in quanto l’unica certezza è l’incertezza stessa.
La perdita del fondamento della certezza fa scoprire una realtà ricca di storie e di trame senza un ordine preciso, il cui senso complessivo è tutto da scoprire e continuamente da ricercare.
Il numero della rivista intende proporre, alla riflessione dei lettori e studiosi, una ricerca sul vasto territorio transfrontaliero di tre Stati, Austria, Italia e Slovenia che si presentano divisi da antichi confini, già conflittuali, che vanno reinterpretati alla luce della formazione della nuova Europa.
Il difficile e principale compito di questa ricerca è di proporre una descrizione-interpretazione dello stato dei tre territori del Land Carinzia, della Regione Friuli-Venezia Giulia e della Repubblica di Slovenia e delle relative pianificazioni urbanistiche, nella quale si riconoscano non solo gli urbanisti e le amministrazioni, ma l’insieme interrelato dei gruppi che formano la società.
La metodologia adottata è quella della descrizione, interpretazione e valutazione che utilizza sistemi di rilevazione quantitativa di valori aggregati (modelli), per procedere all’indicazione dei caratteri della qualità dell’abitare, ponendo in luce l’andamento temporale dei fenomeni.
L’utilizzazione di strumenti matematici nell’analisi e nella valutazione ripropone all’attenzione i modelli nella loro capacità di identificare e descrivere le interrelazioni complesse e di investigare le interdipendenze delle strutture territoriali.
L’attendibilità dei modelli matematici e delle procedure di valutazione è senza dubbio un argomento per l’approfondimento della riflessione teorico-metodologica nel campo della pianificazione.
I limiti  della conoscenza e della validazione dei modelli interpretativi e valutativi pongono quesiti sulla fedeltà alla realtà e sulle ipotesi fatte per colmare le lacune di conoscenza o per costruire il modello del sistema reale, al fine di renderlo suscettibile di un’analisi deduttiva (il problema generale della validazione dei modelli comporta la necessità di sviluppare diversi aspetti e fornire una definizione teorica e operativa di cosa si intenda per validazione).

 

E’, forse, possibile a partire dalla lettura di questo numero della rivista, riprendere il dibattito sulla metodologia per modelli nella pianificazione, che in questi ultimi tempi si è piuttosto affievolito, sviluppando asserzioni precise su alcuni punti quali: limiti generali e caratteristici dei modelli, le assunzioni tacite che possono essere critiche, i criteri per la stima delle “probabilità” del modello, la possibilità e grado di convergenza di un modello fedele alla realtà, natura del giudizio sull’affidabilità.
Lo studio è orientato alla definizione di strumenti di lettura, interpretazione e governo del processo di trasformazione territoriale di vaste regioni, in una nuova logica organizzativa dei suoi elementi strutturanti. Propone un rapporto sulla situazione dei territori e della pianificazione e non aspira alla costruzione di un sistema informativo omogeneo ed aggregato, ma a fare delle situazioni analizzate il punto di partenza per la costruzione di diverse e articolate descrizioni interpretative.
Si vuol cogliere quanto di nuovo emerge nei tre territori, considerati singolarmente e nella loro unitarietà, cercando di interpretare e rappresentare la fenomenologia insediativa e le istanze dei gruppi sociali.

 

L’obiettivo della pubblicazione è quello di riportare l’attenzione sulla possibilità (e necessità), oggi, di descrivere il territorio nelle sue dimensioni significative, di valutare i modi nei quali le risorse sono utilizzate, di riportare l’osservazione sui rapporti tra regole normative e fenomeni territoriali, per favorire nuove ipotesi per la pianificazione territoriale e l’urbanistica in nuove dimensioni europee.

 

I giochi del futuro  non sono mai fatti, perciò dobbiamo essere in grado di proporre dei contro-futuri. Come scrive Massimo Cacciari: “A questa visione di governance di vasta area dovrebbe potersi accompagnare una nuova “immaginazione architettonica”. La vecchia metropoli è ancora organizzata per spazi rigidi, per corpi di riferimento pesanti, ingombranti, congelati nelle loro specifiche funzioni. Nel mondo attuale dove ogni spazio si va trasformando nel tempo, le nostre antiche metropoli sono organizzate per spazi chiusi e impenetrabili, segmentate per funzioni e zone rigidamente distinte. Nel mondo dove tutti sognano (o delirano?) di poter essere ovunque in “tempo reale” il movimento metropoli-territorio è bloccato. Il nostro spirito è nomadico e il nostro corpo vive in prigione. Schizofrenia che deve e può essere guarita. Ma per farlo occorrono una nuova immaginazione politica e una nuova fantasia urbanistica-architettonica al potere”.

 

Editoriale di Gabriella Padovano scritto per Complessità e Sostenibilità n.2 Settembre-Ottobre 2004, “Valutazione della qualita’ dei territori: Carinzia, Friuli-Venezia Giulia, Slovenia”

 

Nell’immagine di apertura, Austria: rilevamento delle località centrali 1987. Fonte: Karntner geographisches informationssystem (1994), Raumordnung in Karnten, Band 24, Landes Planung, Klagenfurt

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