Come “lasciar tracce” nella società liquida

Perché c’è l’essere e non c’è il nulla? Attorno a questa domanda si sono sviluppati secoli di pensiero occidentale, scrive il filosofo torinese Maurizio Ferraris, nella sua “Estetica razionale”. Eppure, da secoli l’uomo – e, secondo Ferraris, questo dovrebbe essere il mestiere anche del filosofo – preferisce chiedersi come “lasciare traccia” di sé, al di là di un’esistenza, per così dire, tra parentesi, sospesa tra secoli, millenni, di naturale e umana non-esistenza. Questo il presupposto teorico di un incontro-dibattito tra lo stesso Ferraris e l’architetto ticinese Mario Botta, che andrà in scena a Cersaie il 29 settembre alle ore 14, alla Galleria dell’Architettura.

 

Mentre i filosofi dell’antichità passavano la propria vita a interrogarsi sulla “cosa in sé”, gli architetti infatti costruivano le piramidi, i templi dell’antica Grecia, la Grande Muraglia. Probabilmente anche i megaliti di Stonehenge sono stati in qualche misura frutto di un progetto di architettura.
Ecco dunque “Lasciar tracce”, un dialogo – moderato per l’occasione da Fulvio Irace, ordinario di Storia dell’architettura al Politecnico di Milano – tra il creatore (l’architetto) e il decifratore di tracce (il filosofo, almeno quello votato, come Ferraris, alla “fenomenologia”), un confronto che spazia dai temi della storia e della memoria agli effettivi comportamenti dell’uomo nei luoghi in cui abita, che si traducono nelle innumerevoli tracce lasciate sul paesaggio.

 

Un tema che oggi acquista tanto più valore in un mondo dominato da una cultura immateriale. L’era della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte, infatti, pare avere avviato un processo inesorabile di obsolescenza dei supporti: dal 78 giri al disco in vinile fino ai moderni compact disc, a loro volta finiti in soffitta per fare posto agli mp3; quindi la fotografia, opera d’arte indelebile resa più semplice – ma anche meno duratura – dalla tecnologia digitale. Insomma, vale la pena di chiedersi quante tracce resteranno di noi, della nostra cultura, tra 20, 50 o 500 anni. Un tema che approfondimenti accademici hanno rimarcato essere non solo un prodotto naturale della nostra esistenza, ma anche una condizione che viene prima, in un certo senso, rispetto alla nostra stessa capacità di pensare. “Siamo sicuri – scrive Ferraris – che la successione pensiero-parola-scrittura sia quella giusta? […] ciò che propongo, semplicemente, è una visione meno cartesiana della natura del pensiero, guidata appunto dalla ipotesi che l’archiscrittura costituisca la condizione di possibilità del pensiero”.

 

L’archiscrittura, l’architettura. Da tempo Mario Botta si interroga sul tema della memoria, della traccia. La sfida di Botta è strappare l’architettura dal destino “amaro” che sembra riguardare le altre arti, vittima della dematerializzazione. Quale architetto ha oggi l’ambizione – e il coraggio – di lasciare un segno? Quanto dei nostri edifici rispecchiano la sensibilità della cultura contemporanea e quanto di questi edifici resterà ai posteri? Un dilemma a cui l’architetto ticinese ha risposto in cinquant’anni di attività professionale progettando edifici in cui convivono – senza nostalgie o ripianti – presente e passato, memoria e futuro.

 

Una “ragione critica” rispetto alla fragilità dei modelli imposti dalla globalizzazione, che vede a Cersaie protagonisti appunto il creatore e il decifratore di tracce. L’obiettivo? Fare in modo che la profezia di Andy Warhol – secondo cui sarebbe arrivato un tempo in cui ciascuno sarebbe stato famoso, ma solo per un quarto d’ora su YouTube, Facebook o in qualche altro non luogo – non si avveri mai. Mentre l’architettura resta una delle risposte principali – forse di questi tempi l’unica – all’esigenza umana di lasciare davvero traccia di sé.

 

Nell’immagine, da sinistra: Mario Botta, Fulvio Irace e Maurizio Ferraris

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