Le colonie del Ventennio, tra immagine e memoria

colonie del ventennio
Colonia Le Navi, Cattolica © Alessandro Costa

L’architettura è molto particolare. È un pensiero privato nella mente dell’architetto. Viene concretizzata già come atto pubblico, nel disegno del progetto. Sviluppa la sua funzione nel contesto urbano ed ambientale, comunque sempre in rapporto alla collettività. Torna da essere presenza concreta del paesaggio nell’incuria e nell’abbandono. Può configurarsi come luogo del residuo, dello scarto, dell’attesa di una seconda vita nell’immagine fotografica, che è ancora progetto e atto del pensiero. Un circolo. Un destino.

L’architettura contemporanea, scrive Marc Augé, non mira all’eternità ma al presente, un presente sostituibile all’infinito. Un atto di consumo, a volte fin troppo consumato. Ovviamente non è sempre così, ma il processo (che è cosa molto diversa dal progetto) entra prepotentemente nella terminologia tecnica, nel pensiero operativo e prestazionale, nella trasformazione urbana e territoriale e tende a modificarne i caratteri. Non mi espongo a delineare un giudizio di valore. Osservo il fenomeno in atto e mi accorgo che molte architetture del Novecento, soprattutto quelle del nostro Razionalismo e del primo Secondo Dopoguerra, oggi sarebbero impossibili non solo da realizzare ma anche solo da immaginare, pur nell’apparente coerenza costruttiva, distributiva, funzionale.

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La motivazione che mi suscita questo ragionamento è una mostra, allestita nella cornice del negozio Gavina in via Altabella a Bologna (progettato da Carlo Scarpa) che rimane aperta fino al 19 maggio. Una mostra fotografica promossa dall’Ordine degli Architetti Paesaggisti e Pianificatori e Conservatori di Bologna dal titolo SUMMER CAMP – Memorie di un’estate passata, curata dell’architetto riminese Alessandro Costa.

Chiedo ad Alessandro Costa, che è anche membro della redazione di “Paesaggio Urbano”, in cui ha avuto modo di sviluppare alcuni dei suoi percorsi di ricerca sui luoghi abbandonati, come è organizzata la sua mostra e qual è l’ambito territoriale preso in considerazione?

“Sono oltre 20 scatti che raccontano cos’è rimasto ad oggi delle colonie marine della Riviera Adriatica: un enorme patrimonio architettonico (tra questi ci sono dei bellissimi esempi di architettura razionalista italiana), in attesa da anni di una concreta politica di trasformazione e riutilizzo. Tra le immagini in mostra ho inserito la colonia Monopoli di Stato e la colonia Varese a Milano Marittima, la colonia Novarese a Rimini, la colonia Sip Enel di Giancarlo De Carlo a Riccione e la splendida Stella Maris a Montesilvano.”

Ho visto che hai utilizzato una frase di Marc Augé, tratta dal libro “Rovine e macerie. Il senso del tempo” per introdurre il visitatore alla mostra: “Le rovine, stranamente, hanno sempre qualcosa di naturale. Come il cielo stellato, sono una quintessenza del paesaggio: quello che offrono allo sguardo è infatti lo spettacolo del tempo nelle sue diverse profondità.” Una frase interessante per un fotografo/architetto in cui in poche parole Augé connette termini come paesaggio/sguardo/tempo e profondità (che non è solo profondità di campo ma anche dell’anima). Ma cosa rappresentano per te queste architetture?

“Sono edifici che al momento si configurano quasi esclusivamente come un costo per il territorio, sia a livello economico-sociale che di immagine per le città. Il mio capitolo/percorso di ricerca sulle colonie marine fa parte di uno studio più ampio sugli spazi abbandonati e inutilizzati italiani: luoghi dimenticati e fatiscenti, luoghi trasformati dal tempo ma che ancora lasciano trasparire il notevole valore architettonico, luoghi dove la natura, spesso riappropriandosi degli spazi, ha dato vita a formidabili contenitori di bellezza”.

Sono luoghi che aspettano una seconda vita: un altro tempo da vivere direbbe il poeta W. H. Auden. Diversamente traducono anche la condizione tragica di un’incoerente violenza. Come se questo passato ancora presente e che è ancora condotto per mano dalla generazione precedente fosse incompreso e destinato alla scomparsa troppo rapidamente in quel disagio della contemporaneità che Anthony Vidler ha ben espresso nel suo famoso libro sul perturbante dell’architettura. Sembra un’eutanasia. Compiere l’eutanasia dei nostri genitori non è cosa da poco. Ci concentriamo sui nonni, sui bisnonni, sui trisavoli e, forse senza neppure avere un particolare scrupolo di coscienza, abbandoniamo in una dolce morte i nostri genitori.

La mostra fotografica di Alessandro Costa ci conduce nelle memorie di un’estate passata attraverso alcune decine di sguardi che aiutano a rimanere e ad essere architetti.

Scarica qui il flyer di Summer Camp, Memorie di un’estate passata

Scheda evento

evento|event SUMMER CAMP - Memorie di un’estate passata
a cura di|curated by Alessandro Costa (www.alecosta.it)
dove|where

Negozio Dino Gavina
via Altabella 23/a, Bologna

quando|when fino al 19 maggio
orari|hours

venerdì e sabato dalle 17:00 alle 19:30
dal lunedì al sabato anche dalle 11:00-13:00 e 15:00-16:00

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