Città metropolitane, una rivoluzione mai avvenuta

Sul Sole 24 Ore di sabato 12 ottobre, Gianni Trovati ha scritto un interessante articolo sulla “riforma metropolitana”, in base alla quale, da circa 20 anni, alcune città italiane dovrebbero diventare “metropolitane”.

 

In tutto sono le città coinvolte sono 10. Sono poche, ma ospitano più di 18 milioni di abitanti, generano circa il 35% del pil e concentrano il 54% dei corsi di laurea sul proprio territorio (il che significa che gestiscono circa il 54% delle energie umane disponibili per il futuro).
Se ci sono chance di ripresa e sviluppo per l’Italia, ci sono anche buone possibilità di trovarle qui, a Roma, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria. Queste le candidate a diventare le prime dieci Città metropolitane italiane.

 

Sul loro destino le leggi hanno, diciamo, solo scherzato. Dibattiti su dibattiti, idee su idee. Risultati: nessuno.
La prima legge di “riforma metropolitana” è andata in l’8 giugno del 1990. In Costituzione le Città metropolitane sono previste dal 2001, ma oggi (2013, quasi 2014) Roma, Milano, Napoli e Torino sono regolate dalle stesse norme che governano Cingoli, borgo medioevale delle colline marchigiane.
L’apertura di un cantiere o il blocco del traffico possono ingolfare un grande Comune italiano e il relativo hinterland. Governare sviluppo e complessità urbana diventa difficile.

 

Si dice che “la volta buona” per la nascita delle “Città metropolitane” è oggi vicina: il Governo Letta ha ottenuto dal Parlamento una “corsia preferenziale” per l’esame del disegno di legge Delrio, che tenta per l’ennesima volta il superamento delle Province e scrive le regole per le dieci Città metropolitane di Roma Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria. Dovranno svolgere i compiti che oggi svolgono le Province.

 

L’approvazione del progetto è prevista per metà novembre (tra un mese!) e la costituzione delle Città per il 1° gennaio 2014, per essere operativi dal 1° luglio.

 

“I sindaci interessati ci credono”.

 

Sabato scorso si sono incontrati a Catania per capire come partire davvero e inquadrare il nuovo soggetto istituzionale nelle politiche per lo sviluppo, partendo dalla programmazione dei fondi europei.

 

Cosa vuol dire creare le “città metropolitane”?
Vuol dire mettere insieme realtà distanti, non tanto dal punto di vista dei chilometri, quanto da quello sociale ed economico. Queste realtà sono il centro città e le cinture cresciute intorno a esso, l’hinterland insomma. Le storie dei due elementi da “mettere insieme” sono molto diverse. Creare la Città metropolitana significa integrare, attraverso politiche organiche, realtà così variegate.
Un esempio delle differenze esistenti può servire per capire la situazione reale. A Bari, il reddito medio dei cittadini metropolitani dell’hinterland è inferiore di 6000 euro all’anno rispetto al reddito medio di un cittadino del “centro città”. E questa è una differenza diffusa. L’integrazione tra i cittadini non sarà facile, anche a livello di costo della vita.
Così come non lo sarà per i servizi, come per esempio la gestione dei rifiuti.

 

Certo, nonostante le difficoltà, è una sfida da affrontare. Migliorare la qualità della vita in ambito urbano è una sfida che da anni è sul piatto delle città del Mondo (“Better City, Better Life” era il tema dell’Expo di Shangai del 2010): gli investimenti diretti esteri sono indirizzati, negli ultimi dieci anni, verso le zone urbane dei paesi emergenti. Le metropoli attraggono una parte consistente di questi investimenti.
In Italia, i soldi per questi investimenti mancano, o non si trovano. Quella di Delrio sarà DAVVERO la volta buona? Forse.

 

di Giacomo Sacchetti

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