Autorecupero Residenziale Assistito

Abbandono, marginalità, residualità: sono aspetti che caratterizzano profondamente la nostra società. Quando si cessa di godere dell’utilità per cui le cose vengono fabbricate si ricorre all’abbandono. Oggetti fuori dal tempo e quindi fuori dai luoghi. Basta passeggiare lungo strade di molte città per notare il numero di edifici abbandonati o fatiscenti. Architetture e spazi che hanno perduto una reale destinazione d’uso: rifiuti, impurità, intralci imbarazzanti e fastidiosi. Risultato: fare finta di niente e fingere di non vedere e di non capire. È così che nascono i relitti urbani, luoghi e paesaggi diventano rottami assolutamente privi di senso: un catalogo vivente di “noncittà”.

 

 

Tra le res derelictae si può cercare, non solo il lato negativo della nostra società, ma possibilità ulteriori. Se si considera un oggetto come ‘rifiuto’, significa che non si riconoscono le potenzialità di ciò che è. Provando a ribaltare il punto di vista, gli scarti urbani divengono ‘rifiuti  apparenti’, risorse con potenzialità ben definite messe nel posto sbagliato che reclamano un rivolgimento della storia in cui possano riacquistare una loro centralità di senso. Perché al mondo ci sono cose che per alcuni non valgono niente, ma le stesse cose per altri valgono tanto: cose-case ormai abbandonate e inutili, che oggi tornano ad essere per molti oggetto di desiderio. La domanda abitativa sociale sta cambiando e questo cambiamento, reso ancora più evidente dalla crisi recente da cui non si può esulare, non è solo un incremento di domanda, ma è anche una espressione diversa del problema casa che ha messo in difficoltà sia le politiche pubbliche che gli operatori di tipo associativo. È una domanda fortemente articolata, fatta di figure molto differenti tra loro che esigono risposte diverse, ritagliate sulle diverse fisionomie e percorsi.
In Italia il patrimonio residenziale pubblico esiste ancora, anche se sempre più dimenticato.
Secondo Patrimonio dello Stato Spa, il numero di alloggi di edilizia sociale a livello nazionale ammonta a 973.130 unità e nel 2006 circa 100.000 di questi (il 10,5%) erano immobili abbandonati, occupati senza titolo, vuoti o inagibili. La Corte dei Conti nel 2007 ha delineato un quadro preciso dei due killer del patrimonio Erp nazionale: la vetustà e il disimpegno manutentivo, aggravato alla bassa qualità delle costruzioni. È questo il terminale negativo di un ciclo gestionale interamente fuori controllo economico: in rosso da anni e in attesa di una rivalutazione del patrimonio a prezzi di mercato e di ‘fare cassa’ attraverso la vendita del patrimonio e la cartolarizzazione, gli Enti ex Iacp affondano in una spirale negativa che assorbe buona parte delle risorse disponibili e ne chiede in misura esponenzialmente crescente. Il potenziale di intervento dunque esiste, ma c’è da parte dell’iniziativa pubblica il rischio pericoloso di riproporre vecchi modelli con cui in Italia si è guardato all’edilizia sociale in generale.

 

Dal nord Europa è arrivato da tempo uno innovativo strumento di housing sociale alternativo alla svendita del patrimonio pubblico immobiliare abbandonato: l’autorecupero residenziale, con il quale si ristrutturano appartamenti dismessi grazie al lavoro dei futuri inquilini che, costituiti in cooperative, presteranno la propria opera in cantiere nei giorni liberi dall’attività lavorativa, assistiti e diretti da un partner di supporto. Partecipare personalmente ai lavori permette di abbattere notevolmente i costi, costituisce una buona pratica a livello di integrazione e coinvolgimento dell’utenza, consente di migliorare la qualità ambientale dell’area e di ristabilire le relazioni tra il tessuto emarginato e il resto della città, costituendo quindi una risposta seria e concreta all’alibi delle amministrazioni pubbliche per cui “non abbiamo soldi per costruire o ristrutturare, meglio vendere a un privato che lasciare il patrimonio pubblico abbandonato”. Inoltre trova soluzione una ulteriore causa di degrado: avere un rapporto diretto con la propria casa, che si costruisce con le proprie mani e impiegando tempo e risorse concrete, significa abitare consapevolmente e la consapevolezza genera custodia e cura manutentiva. Il bacino di riferimento dell’autorecupero può ampliare ulteriormente il raggio di intervento con la conversione in abitazioni di un patrimonio costituito anche da edifici para-pubblici (immobili di enti previdenziali, beni demaniali, edifici ex Anas, istituti di beneficenza od ecclesiali in condizioni di obsolescenza, ex colonie estive ed invernali) oppure intervenendo sul patrimonio privato abbandonato che gli enti locali potrebbero acquisire allo stesso fine, così come per i beni sequestrati alla mafia (i beni confiscati e non ancora assegnati sono oltre il 65%). È possibile includere anche l’edilizia extra-abitativa come gli edifici sanitari dismessi, vecchie carceri, monopoli di stato oppure gli edifici scolastici in disuso. Inoltre con l’eliminazione della obbligatorietà della leva, gli spazi di cui ha bisogno l’esercito sono diminuiti ed è ipotizzabile il recupero di immobili della Difesa ed ex-caserme.
Per fare ciò è necessario prefigurare un ruolo inedito e fondamentale delle Amministrazioni nei confronti di strutture di proprietà o enti di gestione del patrimonio pubblico: l’obiettivo finale è aumentare le opportunità abitative a basso costo, trasformando con strumenti ad hoc il patrimonio immobiliare da onere e costo a risorsa per gli enti pubblici, sostituendo il ciclo “dismettere/destrutturare/demolire” con il processo “conservare/manutenere/valorizzare”.
L’autorecupero in Italia, così come gran parte dei modelli innovativi di housing sociale, è vittima di un totale vuoto normativo: appartiene alla Regione Lazio la prima ed unica legge italiana per l’autorecupero del patrimonio immobiliare pubblico (L.R. n. 55/1998).

 

Programma di autorecupero del Comune di Bologna
Il Comune di Bologna sta promuovendo dal 2007 un progetto pilota di autorecupero residenziale assistito per la ristrutturazione di  appartamenti fatiscenti e non utilizzabili situati in 9 edifici comunali, individuati a seguito di una ricognizione condotta dai settori Politiche Abitative e Territorio e Urbanistica dell’amministrazione. Il Programma pubblico ha preso il via grazie ad un apposito protocollo di intesa siglato nell’agosto 2008 dal Comune e da una Associazione Temporanea di Scopo (ATS) individuata tramite procedura ad evidenza pubblica, in qualità di soggetto incaricato della realizzazione dell’intervento, composta dall’Associazione Xenia, dal Consorzio Abn-a&b Network Sociale e da ABCittà Società Cooperativa. Nel luglio 2009 si è conclusa la raccolta delle dichiarazione di interesse dei cittadini: alla data di chiusura le domande di partecipazione raccolte sono state 351. Requisiti richiesti: residenza o sede dell’attività lavorativa nel Comune di Bologna, età non superiore ai 55 anni, non essere proprietari di un alloggio nel Comune di Bologna o in comuni contermini, assenza di precedenti assegnazioni di alloggi Erp o di altri alloggi pubblici, valore I.S.E. del nucleo familiare richiedente da €13.000 a €60.000. A settembre 2009 si è conclusa la progettazione preliminare degli interventi di ristrutturazione e nel mese di novembre ha preso avvio la fase informativa, obbligatoria per poter accedere al bando di selezione finale, strutturata in assemblee, visite agli immobili e incontri tematici di approfondimento degli aspetti progettuali, amministrativi e partecipativi. Successivamente sarà pubblicato il bando per la selezione finale e sarà ordinata la graduatoria per l’individuazione degli autorecuperatori a cui seguirà la costituzione della cooperativa e l’avvio delle attività. La partecipazione al progetto comporta per ogni nucleo familiare un impegno economico di circa 590€/mq e l’obbligo di lavorare nei cantieri per 16 ore settimanali, negli orari extralavorativi e nei giorni festivi, durante tutto il cantiere. Al termine dei lavori, la cui durata prevista è di circa un anno, l’abitazione resterà in concessione gratuita per un periodo minimo di 30 anni, trascorsi i quali l’assegnatario ha diritto a rimanere nell’alloggio con contratto di locazione ordinaria, corrispondente all’attuale contratto di locazione agevolata. Gli immobili attualmente oggetto delle attività di autorecupero sono localizzati in: via G.Massarenti n. 232; via G.Massarenti n. 234/236; via R.Mondolfo n. 13; via Lenin n. 14/2; via Lenin n. 14/3; via Roncaglio n. 13; via S.Donato n. 207; via Quarto di Sopra n. 15; via Vicolo Dei Prati n. 4. Gli immobili hanno complessivamente una superficie utile di circa 4.200mq da cui verranno ricavati 46 alloggi di 2, 3 e 4 vani. Il 70% degli alloggi sono destinati a nuclei richiedenti di cittadinanza italiana e il 30% a nuclei di altra nazionalità. I lavori di autorecupero, ad esclusione della messa in sicurezza degli edifici e dei lavori idraulici, sono tutti effettuati dagli utenti attraverso la formazione e la direzione di tecnici ed esperti. La struttura degli edifici è composta di moduli assemblabili e montabili separatamente. La formazione degli autorecuperatori e l’organizzazione dei gruppi di lavoro è a cura del personale dell’associazione temporanea di supporto che dirige i cantieri e che ha la responsabilità della direzione tecnica nonché di gestione sociale dei gruppi.
Il Comune di Bologna è già stato protagonista in passato di politiche innovative di recupero di immobili dismessi. Nel 1982 ha promosso il primo bando pubblico di autorecupero, a cui parteciparono quattro cooperative, con il quale furono recuperati circa 130 alloggi. È del 1999 un secondo bando per l’assegnazione di 15 appartamenti in autofinanziamento e 14 in autorecupero, con diritto all’esenzione del pagamento del canone fino all’ammortamento della somma impegnata.

 

di Andrea Cantini

Scritto da

The author didnt add any Information to his profile yet



Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

News dal Network Tecnico