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Design for All. Intervista a Mitzi Bollani

Design for All. Intervista a Mitzi Bollani

Abbiamo chiesto a Mitzi Bollani, architetto e designer piacentino, consulente EuCAN (European Concept for Accessibility Network) e rappresentante dell’“European Disability Forum, di rispondere ad alcune domande circa il Design for All, su cui la sua filosofia e la sua attività professionale si incentrano: partendo dalle esigenze delle persone con limitate capacità fisiche, sensoriali e mentali, spazi e oggetti vengono progettati in modo che siano fruibili da tutti, senza perdere valore estetico e senza subire costi aggiuntivi.

 

1) Qual è l’ostacolo che incontra con maggior frequenza nella sua attività di architetto/designer nel far recepire l’importanza del “Design for all”?
A livello di progetto di prodotto le aziende sono molto attente a comprendere e applicare il DfA (Design for All): capiscono che ci saranno i benefici di qualità, che favoriranno gli utenti finali, ma anche loro stessi in quanto amplieranno il mercato, il prodotto avrà moltre più risorse per la comunicazione e la sua promozione, i clienti contenti verranno fidelizzati...
Molto più difficile è il coinvolgimento degli enti pubblici, per vari motivi:
- non sono abituati a verificare i progetti in termini di soddisfacimento di sicurezza e facilità di uso;
- non sono abituati a misurare il consenso dei cittadini e non hanno un metodo per farlo;
- non sono abituati a pagare in caso di non rispetto delle norme (molte delle quali già esistono);
- non comprendono, o non se ne fanno cura, il risparmio in termini di costi e benefici nel ciclo di vita, perché non sono abituati a considerare importanti questi concetti. Per questi motivi quindi gli enti pubblici faticano a comprendere che l’applicazione del DfA può invece risolvere numerose situazioni e anche alleggerire le loro responsabilità per il fatto che la progettazione DfA diminuisce i rischi di incidente e quindi è più vantaggiosa per tutti.

 

2) Rispetto all’Italia, quanto sono recepiti e utilizzati gli standard del “Design for all” in Europa?
In Europa esistono standard volontari ovvero non normalizzati, applicati da aziende, enti, professionisti, nell’ambito di territori circoscritti o nell’ambito dei loro propri lavori, come nel mio caso. In ogni Paese si notano casi di buona pratica, come l’attività svolta in Liguria per far andare in vela anche persone paraplegiche o in Trentino per farle sciare e fare rafting. In Inghilterra si insegna già nelle scuole materne il concetto della diversità e di come possa essere superata con il Design for All. L’Italia è in testa a tutti i Paesi europei per l’applicazione di ascensori che consentono di vincere le barriere nella mobilità verticale (ad esempio il Progetto Civis da me sviluppato a Genova risolveva, già nel 1994, in alcuni strategici punti della città, la mobilità accessibile in un centro storico decisamente molto difficile e particolare) mentre ancora oggi in Germania si costruiscono palazzi di quattro piani senza l’obbligo di posizionare un ascensore!

 

3) Qual è il progetto o il traguardo che le ha dato maggiori soddisfazioni?
Avere diretto il gruppo EGA (Expert group on Accessibility) nel 2002-2003 su mandato della Commissione Europea definendo una serie di strategie semplici, ma applicate in ogni campo di competenza, riuscendo a vedere finalmente per la prima volta nella mia esperienza di esperto europeo che il tema non era più solo sociale e non interessava più solo le persone con disabilità, ma diventava un tema economico, di gestione delle risorse, di ampliamento dei mercati che interessa l’edilizia, la formazione, le tecnologie virtuali...

 


4) C’è una sfida che ha vinto e che l’ha segnata in modo particolare?
Aver fatto la consulenza per il palazzo sede della Commissione europea e del Comitato delle regioni - 50.000 mq di zone di attività inizialmente non accessibili - ed essere riuscita, restando nel budget iniziale e quindi senza costi aggiuntivi, a renderle tutte, senza esclusione alcuna, accessibili. È stata una grande sfida che ha lasciato attoniti sia i progettisti sia l’impresa che realizzava i lavori, sia il direttore del CESE (Comitato Economico Sociale Europeo). Ho portato questo progetto in giro per l’Europa con grande soddisfazione. È stata la prima volta, ad esempio, che in un palazzo europeo si è intervenuti non solo nella progettazione dell’ingresso e dell’uscita, soggetti a controlli, ma anche nella progettazione di un’uscita diversa, di emergenza, per accorciare e favorire l’uscita in caso di malore.

 

5) Quali pensa possano essere gli sviluppi futuri, nel nostra paese, in materia di accessibilità degli edifici pubblici e degli spazi urbani?
Abbiamo da poco presentato la conclusione della prima fase dei lavori di analisi per la definizione degli standard. Abbiamo presentato i lavori a Bruxelles a fine settembre. Da tutte le organizzazioni è stato raccolto il consenso a realizzare in tempi brevi il lavoro e rendere obbligatori attraverso una legge gli standard stessi.
Dovrebbe accadere cio che è stato per la certificazione energetica, solo che in questo caso il tema è più vasto e piu complesso.
Occorre essere pronti: auspico che finalmente si consideri seriamente questo aspetto e si conquisti in Italia, terra di eccellenze, anche la capacità di tenere uno standard di base su tutto il territorio.

 

6) Quale ritiene sia, in base alla sua esperienza, il livello di sensibilizzazione o formazione in materia di “progettazione per tutti” trasmesso nelle facoltà di architettura ai futuri progettisti?
Purtroppo, che io sappia, nessun ateneo ha sviluppato un corso base e poi approfondito su queste tematiche che devono definire la forma mentis del futuro progettista.
Sarebbe molto più facile spiegare chiaramente cosa significa ambiente costruito (strutture, infrastrutture, mezzi di trasporto, mondo virtuale, educazione, ecc.), quali sono gli stakeholders dell’ambiente costruito, quali diverse necessità abbiano e con quali modalità si soddisfano.
Così facendo si renderebbe tutto molto più chiaro... ma forse qualcuno ha interesse che non lo sia  (mors tua, vita mea), o forse questo non è da scrivere....

 


a cura di Federica Maietti

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