Art Bonus sarà strutturale, e inutile: l’Italia non è un paese di mecenati

Abbiamo scritto parole parole parole sul fatto che i beni culturali non ricevono la giusta cura e attenzione dal Governo. Ma una proposta c’è sul tavolo ed è una proposta del Governo per tentare (disperatamente, visto che evidentemente non c’è l’intenzione di investire denaro del Governo su questo, questo bisogna dirlo) di intervenire sui beni culturali, per ripararli, risollevare le loro sorti, mettere una pezza, dite come volete.

Sto parlando dell’ Art Bonus. Che è più di una proposta sul tavolo, è una legge.

L’ArtBonus è una misura introdotta nel 2 mediante il c.d. Decreto Cultura (convertito tramite la legge 29 luglio 2014, n.106) ed è rivolta alle persone fisiche, agli enti non commerciali e alle soggetti titolari di reddito d’impresa che vogliono donare soldi alla cultura destinandole ad interventi di manutenzione, protezione e restauro di beni culturali pubblici, ai teatri pubblici e alle fondazioni lirico sinfoniche. La Legge di Stabilità trasformerà l’ArtBonus da misura triennale e temporanea a norma definitiva con una stabilizzazione del credito d’imposta annuo al 65% (invece del previsto decalage al 50% per il 2016). Il ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini, ha confermato la notizia della stabilizzazione al scorsa settimana.

L’Italia è un paese di mecenati? La risposta non è così facile da dare, ma propendo per il NO. L’Art Bonus per ora è solo un fenomeno voirtuoso in potenza. Lo strumento, nel corso dell’anno di applicazione appena trascorso, non ha avuto successo: l’unica grande operazione porta infatti fino ad ora la firma di UniCredit che ha donato 14 milioni di euro per il restauro dell’Arena di Verona. Altre sparute iniziative si sono affastellate con fortune alterne. Di fronte alla possibilità, in un contesto di crisi, va detto, i mecenati non si sono fatti troppo vivi.

La legge presenta delle criticità, bisogna dirlo. La burocrazia è la prima, naturalemnte. Alla burocrazia bisogna aggiungere gli ostacoli legali. È vero, inoltre, che non era facile usufruire dell’agevolazione. Tanto che è stato aperto un sito nuovo (artbonus.gov.it), da poco tempo, per facilitare l’uso dell’Art Bonus e per rendere più agevole individuare gli interventi da sostenere, i beneficiari e gli adempimenti necessari. Sarebbe stato meglio farlo da subito, non aspettare.

È interessante valutare l’opinione delle aziende riguardo alla legge. Chiedono semplificazione, stabilità della norma (questa, pare, sarà soddisfatta) e interlocutori al ministero. Inoltre, si richiede che l’ ArtBonus valga anche per le istituzioni private che svolgono una funzione pubblica. Poi, bisogna allagare il credito d’imposta anche alle donazioni a sostegno del contemporaneo, senza trascurare i musei e gli archivi d’impresa, che rappresentano la memoria industriale del nostro paese.

Bisognerebbe, inoltre, prevedere donazioni non solo in denaro ma anche attraverso interventi di diversa natura.

Insomma, idee e proposte per migliorare e far funzionare l’Art Bonus ci sono. Quei consigli vengono da aziende precise, potenziali investitori (Altagamma, Pirelli, Intesa SanPaolo) che si dicono disponibili a un contributo. Una volta migliorato, se succederà, i privati investiranno?

Inoltre: da una parte, è vero che c’è un’iniziativa del Governo, dall’altra la partecipazione è macchinosa e la legge è molto migliorabile.

Il problema è complesso e davvero rimane solo in mano alle intenzioni dei privati. È opportuno? Sarà utile? L’intervento sui beni culturali dei privati, però, difficilmente diventerà capillare (anche se l’Art Bonus sarà strutturale) e difficilmente riuscirà a intervenire nelle piccole realtà che però necessitano di controllo e intervento di restauro. Si parla infatti di “grandi” interventi, ma i beni culturali in Italia non sono solo i grandi siti ma anche i piccoli, comunque importanti, perché compongono il puzzle della nostra storia.

Quanti sono i privati che possono trarre vantaggio da questa iniziativa? Quanti sono quelli che possono considerare l’opportunità di una spesa/investimento in vista di un ritorno d’immagine? Perchè tanto, ed è e giusto così perchè si tratta di imprenditori, oggi non si fa niente per niente. Un torna conto (d’immagine) deve esserci: ma in quanti sono in grado di affrontare una spesa consistente? Lo ripeto, avrebbe senso anche pensare a piccoli interventi, che comunque garantiscono un ritorno d’immagine, magari sul territorio cui si appartiene. In questo modo, forse, anche imprese più piccolo possono partecipare.

Ma il ritorno d’immagine c’è? A chi interessa che un’azienda abbia dato soldi per restaurare i beni culturali? A me interessa molto, ma considerato come nel Paese viene considerata l’arte (non solo da parte dei politici che ci hanno governato annientando l’importanza dei beni culturali, distruggendoli fisicamente) non interessa a molti altri. Non solo in Italia non ci sono i mecenati, ma a molti di noi non importa che ci siano.

In questo modo, inoltre, si rischia di cancellare il ruolo che gli investimenti pubblici devono avere nel contesto di restauro dei beni culturali, perchè di beni pubblici si tratta. Il timore è che, considerato come stanno andando le cose a Pompei (malissimo), il Pubblico scompare, il privato non investe, i beni culturali si distruggono pian piano.

di Enrico Patti

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