Architettura, spazio, progetto: dimensione di assenza

“Dimensione di assenza” è il titolo dell’editoriale di Marcello Balzani, scritto per la e-zine n. 37 che affronta il tema “Dimensione”, che propone un’interessante riflessione sullo spazio architettonico, sul processo progettuale e sulla percezione dello spazio.

 

La tua forma si sfece. Sfacesti la tua forma. / Ma la coscienza tua resta diffusa, uguale, grande, immensa, / nella totalità. / E ti sentiamo /tutt’intorno, nell’atmosfera piena / di te, il tuo tu più grande. / Ci guardi / dal tutto, ci inabissi, / amica, in te, dal tutto, come in un vasto cielo, / un grande amore, / o un mare.
Juan Ramón Jiménez, Spazio, in “La stagione totale”, 1923-1936

 

Dimensione: parola ricca di poteri.
Poteri che si esprimono in diversi contesti del fare architettura in quanto il legame che si stabilisce con le dimensioni non riguarda esclusivamente il processo di definizione spaziale secondo regole e modelli geometrico-matematici (euclidei, topologici, frattali, differenziali) che hanno una consistenza raffinata e superiore alla contaminazione materiale del gradiente realizzativo, ma porta con sé anche atteggiamenti comportamentali e percettivi in cui l’azione immaginativa opera con grande spessore.
Alcuni modelli poi connettono a filo stretto l’idea dimensionale con l’ideologia dello spazio (tra utopia e critica feroce dei modelli sociali che si possono in essa tradurre o sarebbe meglio dire costringere): si pensi al salto da una realtà a due dimensioni (Fatland di Abbot o il Mondo piano di Hinton) verso quella a quattro dimensioni (Pawlowskj e Rucker) passando magari per una dimensione parallela (Demostene, Carroll, Blanqui, Borges e Casares). Un luogo, quello del continuum spazio-temporale e delle dimensioni alternative, in cui la fantascienza dei film e dei serial televisivi (Star Trek, The O.C., Stargate SG-1) ha fertilizzato con molti prodotti, partendo anche da contenuti letterari (Ray Bradbury, Isaac Asimov, Michael Crichton, Stephen King) che sono e continuano ad essere pietre miliari del sogno fantastico di molte generazioni.

 

Ma se si torna alla realtà del fare bisognerebbe chiedersi quanti architetti oggi sono coscienti che, facendo un segno su un foglio da disegno (cartaceo o digitale che sia) in cui si definiscono regole proiettive, si interviene sempre e comunque nello spazio delle tridimensionalità. Già, si pensa di stare su un foglio da disegno come nel mondo piano di Hinton ma, in verità, si è nella caverna di Platone sognata da Gaspar Monge attraverso quella “scatola magica” che è il diedro. Un processo straordinario di sistemi di riferimento e di corrispondenze che permette di trasferire le immagini (come le ombre platoniche) dello spazio sul piano (in scala se serve), di piegare il foglio e metterselo in tasca. Sono almeno seimila anni che l’umanità si serve di proiezioni (più o meno ortogonali) e forse ci sarà una ragione!

 

Le dimensioni contano. Contano per dare continuità al processo e per costituire anche un rapporto dimensionale, un’unità di riferimento, una misura. Altro significato non secondario che quotidianamente si riferisce alle forme rilevate o progettate: dimensione orizzontale, verticale, obliqua….“La mente umana riceve tutte le sue informazioni visive sullo spazio fisico dalle proiezioni bidimensionali sulla retina, e le immagini piatte delle piante e delle sezioni dei disegni architettonici si conformano esattamente a questa limitazione del nostro senso della vista” (Arnheim).

 

Ma non è solo questo.
Nel mondo che si conosce e si abita non si può nascondere il rapporto che le dimensioni trasmettono e instaurano con l’uomo. Scrive sempre Rudolf Arnheim in La dinamica della forma architettonica che “la percezione delle dimensioni risulta essere un processo elevatamente dinamico”, indotto soprattutto dalla sproporzione tra le dimensioni dell’uomo e quelle degli edifici. Si genera, diceva Arnheim, una particolare esperienza sequenziata per determinare il risultato di quella percezione unificata, che fa parte dell’esperienza comune. Un processo di comprensione della dimensione dello spazio e delle forme architettoniche che tende a presentarsi come un insieme sinottico.
Maurice Merleau-Ponty in Fenomenologia della percezione, ci ricorda che “la distanza dall’oggetto non è una grandezza che aumenta o decresce, ma una tensione che oscilla attorno a una norma”; e nel rapporto con Kant e la ricerca di una coscienza prescientifica scrive che la “coscienza percettiva non ci dà la percezione come una scienza, la grandezza e la forma dell’oggetto come leggi, e le determinazioni numeriche della scienza seguono la trama di una costituzione del mondo già realizzata prima di esse”. L’atteggiamento analitico è necessario ma non è sufficiente.
Bisogna ricordare che ci sono dimensioni nascoste (Edward T. Hall) che la prossemica cerca di distinguere tra intimità, tabù, comportamenti sociali e religiosi, limitazioni e segregazioni, che forse conformano con maggiore sensibilità e violenza lo spazio definito da quella coscienza diffusa, uguale, grande, immensa, nella totalità di cui parla Jiménez nella splendida poesia che apre queste poche righe. Il poeta spagnolo ci ricorda come le forme si sfecero presto, da subito, mentre l’atmosfera piena rimase e ci accompagna ancora.

 

Le dimensioni che ci appartengono e che ci circondano sono sulla soglia dei nostri sensi, ma anche nel ritmo dei nostri movimenti, nella dinamica dei nostri spostamenti per abbracciare e riconoscere lo spazio. Ma “ai sensi mancherà sempre quella dimensione di assenza, quella irrealtà in virtù della quale il soggetto può essere sapere di sé e l’oggetto esistere per lui” (Merleau-Ponty).

 

di Marcello Balzani

 

Per approfondimento sul tema “Dimensione” scarica la e-zine n. 37

 

Nell’immagine, la copertina della e-zine 37, “Dimensione”

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