Architettura, materia, luce. Un viaggio nell’opera di Carlo Scarpa

Francesca Vezzani, architetto e fotografa, racconta il suo viaggio nell’architettura di Carlo Scarpa, nella materia, nella luce, nei dettagli decorativi e costruttivi.

 

Mi sono avvicinata all’opera di Carlo Scarpa (Venezia, 1906 – Sendai, 1978) durante un viaggio-studio in Veneto con un caro amico ed ex collega inglese, Paul. Avevo studiato Scarpa all’università, senza mai approfondire veramente il suo lavoro a causa soprattutto del pesante carico di studio imposto dalla Facoltà di Architettura.
Nel settembre del 2004 Paul mi contattò per chiedermi di aiutarlo a scegliere con cura gli edifici da visitare durante il suo soggiorno di due giorni a Roma e mi propose di accompagnarlo a Venezia e alla Biennale di Architettura. Accettai con entusiasmo e gli suggerii di approfittarne per un tour di alcuni lavori scarpiani nel Veneto; era attratto in particolare dal museo di Castelvecchio a Verona, di cui Scarpa aveva curato il restauro e l’allestimento dal 1956. Eravamo entrambi d’accordo sul fatto che l’architettura debba essere vissuta, non solo studiata sui libri.
Un mese dopo, a Venezia, visitammo piazza San Marco e l’ex negozio Olivetti, la Fondazione Querini Stampalia, l’aula Manlio Capitolo al tribunale, le Gallerie dell’Accademia, la Biennale ai Giardini di Castello con il padiglione del Venezuela e il Giardino delle Sculture nell’allora padiglione Italia e l’ingresso dell’IUAV ai Tolentini, opere realizzate da Scarpa nell’arco di una ventina d’anni a partire dal 1952.
All’alba del terzo giorno di viaggio ci siamo spostati da Venezia ad Asolo, in provincia di Treviso, per essere i primi ad entrare alla tomba Brion nel cimitero di San Vito di Altivole. Fu un’ottima idea: in tarda mattinata piombò una scolaresca a disturbarne la quiete e l’atmosfera surreale. Avemmo in compenso la fortuna di essere accompagnati da un erede della famiglia Brion che ci deliziò con curiosità e aneddoti, a volte macabri, riguardanti il manufatto e il suo creatore.
La gipsoteca Canoviana a Possagno di Treviso, il cui ampliamento fu commissionato a Scarpa nel 1955 e terminato nel 1957, ci ospitò nel primo pomeriggio. Le finestre prismatiche al livello della copertura, aggettanti o introflesse, filtrano una luce diffusa che avvolge le sculture di Antonio Canova qui conservate.
Ultima tappa il museo di Castelvecchio (1956-1964), enorme e bellissimo, purtroppo inondato della luce della sera e perciò abbastanza difficile da fotografare. Il cortile trapezoidale con il piedistallo a sbalzo della statua di Cangrande rappresenta il coronamento di un intreccio di percorsi interni ed esterni strettamente connessi.

 

Quello che posso dire a distanza di cinque anni è che questo viaggio continua ad influenzare il mio lavoro di architetto e fotografa. La raffinatezza dei dettagli costruttivi e decorativi di Scarpa rappresenta per me un traguardo da raggiungere. Scarpa possedeva le competenze e il metodo degli artigiani e sapeva “fare”: l’esperienza come consulente artistico a Murano, parallela a quella di docente e di pittore, è fondamentale per il suo lavoro successivo. Qui infatti egli acquisisce la consapevolezza che la bellezza è effimera e che non tutti i progetti possono essere realizzati. Il suo progetto architettonico, custode della differenza (la famosa differenza tra un’urna e un vaso da notte) e più vicino al barocco che alla modernità, e la profonda conoscenza dei materiali sono il punto di partenza di tutta la sua opera, mentre l’incontro e lo scambio di idee con gli intellettuali del suo tempo (primo fra tutti Frank Lloyd Wright), assieme all’attento studio della storia e della tradizione, lo influenzano fortemente.
L’acqua di Venezia per lui è vita e fonte di ispirazione: ne fa uso alla gipsoteca, alla villa Ottolenghi, all’ingresso dell’IUAV ai Tolentini e a Castelvecchio, le permette di entrare alla Fondazione Querini Stampalia, la porta alle estreme conseguenze nella tomba Brion. È forse il suo rapporto con l’acqua che mi affascina maggiormente: egli non la teme anzi la domina, non si lascia intimorire dal degrado che essa causa nei materiali.
La tomba Brion, grandiosa opera d’arte, è la realizzazione che più mi ha stregato per l’uso sapiente del calce­struzzo, per la ricercatezza dei dettagli decorativi e appunto per la decisa presenza dell’acqua. La mia ricerca fotografica intitolata “Labirinti” (su www.breakingphoto.it) nasce proprio in questo luogo magico. Nella tomba Brion, costruita tra il 1969 e il 1978, c’è tutta la vita di Carlo Scarpa, ci sono l’Oriente, Vienna e Venezia; qui ha voluto creare una polis che nella sua idea doveva essere vissuta dai giovani e la linea ne è protagonista assoluta. Il cromatismo delle tessere mosaicate, presenti anche nel magnifico giardino della Fondazione Querini Stampalia, compongono direttrici concettuali che si fondono nelle ampie pareti cementizie, sdrammatizzandone la forte matericità.
Pittore, disegnatore, professore, arredatore, accanito lettore, progettista, allestitore, grande conoscitore della tecnica e della materia, tutto questo è stato Carlo Scarpa.

 

di Francesca Vezzani

 

Francesca Vezzani nasce a Reggio Emilia nel 1974 e inizia a fotografare nel 1982. Studia architettura a Ferrara, dove si laurea nel 2000. Vince una borsa di studio per un tirocinio professionale a Londra e vi si trasferisce a vivere e lavorare dal 2001 al 2003 e dal 2006 al 2009. Dal 2005 è membro dell’associazione fotografica REfoto di Reggio Emilia e dal 2006 della Photographers Gallery di Londra. Espone durante la Settimana della Fotografia Europea di Reggio Emilia nel 2007, 2009 e 2010, presso la Galleria Croydon Clocktower di Londra nel 2007 e presso diverse gallerie reggiane e bolognesi dal 2009. Nel novembre 2009 è finalista del concorso organizzato dall’Associazione Nazionale Fotografi Professionisti.

 

Per ulteriori informazioni
www.francescavezzani.com

 

Nell’immagine, particolare del paramento esterno dell’ex negozio Olivetti in piazza San Marco, Venezia (1957-1958). Foto © Francesca Vezzani

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