Virtuale

(di Marcello Balzani) Argomento virtuoso, che oggi più che mai fa di necessità virtù. L’ibridazione e la contaminazione risulta talmente incessante ed estesa che l’etimologica distinzione con il suo opposto sano e concreto (il reale) perde ormai la capacità di esprimere tutti gli attributi delittuosi e ipocriti che rendevano la virtù negativa (quella del virtuale) espressione di una potenza e di una facoltà vocata a confondere e a mimetizzare, oppure a rimandare nell’immaginario un confronto quindi “differito” (Pierre Lévy) con la concretezza dell’oggetto e della materia.

 

Non c’è voluto molto tempo. Forse è stato sufficiente che il consumismo tecnologico penetrasse subdolamente negli interstizi di ogni condizionato bisogno per far traghettare il virtuale dall’Inferno prima al Purgatorio e credo […] ormai nel Paradiso (della realtà). Un confronto, questo della triade dell’Aldilà, che è parte anch’essa di un secolare (forse millenario) sogno virtuale, in cui le logiche con cui si organizzano le città-comunità virtuali (dei morti allora come dei vivi oggi) rendono giustizia a geniali quanto ammiccanti leggi del contrappasso.

 

Non trovo ragioni reali per un successo così virtuale. Sarà stata l’evanescenza linguistica che ha aperto il vaso, come la fallace Pandora, ad ogni ben di Dio! Una Divinità, quella della comunicazione digitale, che fa un uso metaforico del virtuale, rendendo i significati polivalenti, plastici, flessibili e deformabili.
Una trans-formazione che permette di entrare attraverso un passe-partout universale (forse perché virtuale) in diversi livelli siano essi naturali, artificiali, astratti… Non c’è più limite.

 

Non c’è più limite perché il confine tra il reale e il virtuale, un po’ come è accaduto tra il naturale e il culturale, tra la forza e il senso (Ricoeur), è espressione di quella regione collocata tra il fisico e il mentale che è il desiderio (Deleuze e Guattari). Desiderio, una parola formata dal latino de- e sidus “stella”, che letteralmente significa “cessare di contemplare le stelle a scopo augurale” ma che per l’umanità reale immersa nel virtuale ha più il significato di bramare, alludendo quindi alla distanza tra il soggetto e l’oggetto di desiderio.

 

Un movimento dell’animo che lega (e che riduce o a volte annulla l’importanza della natura dell’oggetto (la realtà), perché nell’impegno etimologico di stare tra le stelle a misurare un legame prende il sopravvento una tensione emozionale, un movimento, un percorso. Ma dove? In quale luogo? Dalla Topia, che rende possibile le definizione e la concretezza delle trasformazioni perché relazionate e quindi descritte nei luoghi, si passa rapidamente ad un’Atopia, che è insieme struttura ed energia. Un’Atopia che rende possibile l’utopia dell’anti-spazio e dell’immaterialità, ahimè subdolo sostegno alla virale quanto infestante politica del “non-fare nel campo delle costruzioni” (De Fusco).

 

Se da un certo punto di vista (logico e storico) il virtuale è stato per gli architetti di ogni tempo un ambito riconosciuto tra la “conformazione” (Leon Battista Alberti) e la “rappresentazione” ambedue architettoniche, ponendo le basi di discipline e di processi che facevano del modello uno strumento per “differire” la sperimentazione dell’atto costruttivo, oggi che la finalità è ibrida e ricombinante (Bratton) […].


Il testo integrale dell’editoriale è pubblicato nell’e-zine “Virtuale”.


Marcello Balzani è Direttore di Paesaggio Urbano e Architetti tabloid

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