Architettura hybrida: la trasformazione delle forme della vita come forme della materia

(di Marcello Balzani) Niente come l’ibridazione permette di ragionare su molti aspetti della realtà spaziale e architettonica con le relative implicazioni sociali. Cosa significa ibrido (o meticcio) nel linguaggio e nella rappresentazione? E perché questo termine, che nella contemporaneità viene utilizzato in ambito tecnologico, industriale, biologico e sociale, non solo si definisce con ciò che vuole rappresentare ma determina immediatamente il suo antagonista contrario e oppositivo?

 

È indiscutibile che la ricerca scientifica ha fatto passi da gigante negli ultimi decenni in merito allo sviluppo del concetto di evoluzione nelle scienze biologiche a partire da Darwin fino alle conferme ottenute con le indagini molecolari e biochimiche dell’organizzazione biologica. […] Anche l’architettura non è rimasta indenne dal sano “potenziale infettivo” del modello darwiniano, che, soprattutto attraverso la sua “valenza euristica” permette di sviluppare incessantemente estensioni riduzionistiche in ambiti non propriamente biologici. Per l’architettura gli effetti sono i più svariati in funzione del versante da cui vengono percepiti: tecnologico, tipologico, rappresentativo (morfologico_digitale) o sociale.

 

Quando si parla di ibrido si deve immaginare il risultato di un incrocio.

 

Ma questi due soggetti (forme della vita come forme della materia) devono essere di specie diverse. […] Per l’architettura l’azione corporea di ibridazione si coniuga proprio nel rapporto dell’essere umano con il suo ambiente architettonico, come se queste due specie naturali (corpo e spazio) potessero, nell’immaginazione architettonica, ibridarsi. E qui entrano in gioco diverse configurazione del problema. Sono problematiche compositive che, alla Benjamin H. Bratton, si dovrebbero piuttosto definire problematiche ricombinanti. Bratton è stato un precursore dell’architettura ricombinate, quando ancora le biotecnologie e l’ingegneria genetica, genomica e transgenica non sembravano poter influenzare così potentemente alcuni visioni della nostra vita del futuro.

 

[…] Per dare sostanza esemplificativa al suo pensiero, che cerca di sistematizzare una tendenza, Bratton si collega allo spazio iperzoico di Karl Chu, penetra nella famosa casa embriologica di Greg Lynn, cerca di dare volume alle speciazioni architettoniche e all’architetture allogeniche di Marcos Novak. […] Alcuni criteri interpretativi non sono poi così distanti dalla realtà: noi ci ammaliamo perché a volte lo spazio è ammalato, ma anche i nostri comportamenti malati (e non solo posturalmente) ammalano lo spazio (Anthony Vidler). Credo che ormai sia evidente: la dislocazione del non essere mai a casa come la permanenza della transitorietà e la durevolezza dell’effetto effimero (Zygmunt Bauman) producono strategie antropofaghe o antropoemiche (diceva Claude Lévi-Strauss) nella società.

 

Da un lato un’imprevedibilità tipica dell’ibridazione, dall’altro il consolidarsi di un homo comfort (Stefano Boni) tutto rivolto alla schermatura del corpo: il rapporto consumistico o iperconsumistico (da consumatori a consumati direbbe Benjamin R. Barber) con il corpo e lo spazio e l’oggettificazione di prodotto di ambedue rappresenta, ahimè, un elemento del quotidiano in molte contesti del nostro pianeta.

 

[…] Probabilmente la sindrome degli edifici malati, come la tendenza neotenica dell’essere spazio/umano formano le due facce della medesima medaglia: una che guarda alla malattia da curare durante l’incessante aggressione batterica e virale (di altre specie di vita come di materia), l’altra tesa verso il desiderante obiettivo di non invecchiare mai e di rimanere eternamente giovane, non perché durevole ma perché autoriprodotto. Reintegrazioni terapeutiche, omeopatiche, osteopatiche (sul piano strutturale) sono già modi di interpretare il prossimo mercato del recupero, dove la speciosità (come la specializzazione) faranno la differenza e la qualità degli interventi.

 

Il risultato dell’incrocio fra due esseri (o forme di materia) della stessa specie ma di razza diversa produce invece un meticcio. […] Le condizioni meticcie sono più ritornanti (anche perché si possono riprodurre senza difficoltà con soggetti appartenenti ad ogni gruppo diverso) e forse anche molto più interessanti di quelle ibride. L’architettura mulatta, come il design sanguemisto e l’urbanistica mezzosangue sono dotati di un’inverosimile bellezza ed energia culturale come di innovazione formale. La forza di questi processi di miscelazione risiede prima di tutto nel concetto di diversità, che non è assolutamente un dato negativo, e poi nell’antagonismo (e qui cerco di dare una risposta ad una delle prime domande scritte di questo breve testo) con il potere e il significato del termine identità.

 

[…] Adesso, per essere progettualmente meticci, mi viene in mente quella capacità (che forse è più un’aspirazione umana) dell’eterna immaturità, non solo in chiave inclusiva ma anche propriamente esistenziale, rappresentata magnificamente da Witold Gombrowicz nel suo romanzo Ferdydurke, dove si assume l’idea di “smettere di identificarci in ciò che ci definisce” e provo ad associarla anch’io ad un’estensione riduzionistica darwiniana; ovvero a come il modello darwiniano della variazione spontanea con selezione differenziale di strutture che risultano funzionali si stia sempre più affermando come spiegazione dell’origine delle risposte adattative acquisite. Forse è proprio l’insita contraddizione della difesa dell’identità (di razza come di forma, come di tipologia) a costituire un inganno…


Il testo integrale dell’editoriale è pubblicato nell’e-zine “Hybridspace”.


Marcello Balzani è Direttore di Paesaggio Urbano e Architetti tabloid

 

Nell’immagine, Höweler + Yoon Architecture e Squared Design Lab, vista del progetto Eco Pods, Downtown Crossing, Boston. Courtesy of Höweler + Yoon Architecture

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