Architettura ecosostenibile. Lilypad, un progetto totalmente integrato nell’ambiente

Vincent Callebaut è un architetto belga classe 1977, talento emergente, ideatore di architetture con un’interessante spinta sperimentale: le sue idee, già più volte premiate in diverse competizioni internazionali, sono spettacolari da un lato, ma dall’altro sono perfettamente integrate nell’ambiente ed ecocompatibili. In ogni caso, quindi, va riconosciuta un’alta capacità di sintesi fra un’idea utopistica dell’architettura e un’attenzione primaria alla questione dell’ecosostenibilità.

 

Lilypad è la prima città anfibia della storia: una visione futurista di isola galleggiante, metà acquatica e metà terrestre, che potrebbe ospitare fino a 50.000 “rifugiati ambientali”, in fuga da un ambiente di terra ormai inquinato e distaccato dalla realtà ambientale, invivibile; un luogo in cui si potrebbe approdare per sfuggire all’innalzamento del livello delle acque provocato dallo scioglimento dei ghiacci, che è già cominciato e che nei prossimi decenni metterà a serio rischio la vita di intere comunità costiere in diverse zone del pianeta.

 

L’isola architettonica ecocompatibile verrebbe modellata sulla struttura di un fiore acquatico: la più grande ninfea del mondo (in inglese “lily” vuol dire “ninfea”).
Con Lilypad, Callebaut punta a realizzare, basandosi sui principi della biomimetica, una città in totale armonia con l’ambiente, che cresce nel tempo rispettando la biodiversità e sviluppando fauna e flora intorno a un lago centrale di acqua dolce, formato dalla raccolta dell’acqua piovana sottoposta a processi depurativi.
Si tratterebbe di una struttura stratificata, divisa in tre aree marine e tre zone montagnose, sviluppate intorno a un bacino acquatico che si estenderebbe in profondità sotto il livello del mare ospitando delle acquacolture. In superficie prenderebbero vita le cittadelle e le varie attività economiche e sociali della popolazione.
Lilypad sarebbe fatta di plastica, morbida, fatta per galleggiare e scivolare sull’acqua seguendo i ritmi delle correnti e delle stagioni, e sfruttando al massimo le risorse energetiche del sole, della pioggia e dei venti. La sua “pelle” sarebbe composta da fibre di poliestere ed é ricoperta di biossido di titanio, che reagendo ai raggi ultravioletti assorbirebbe l’inquinamento atmosferico.

 

Il progetto ragiona su come rendere una macro-unità abitativa totalmente autonoma dal punto di vista delle materie prime, delle risorse energetiche, della produzione alimentare. Attraverso l’integrazione di tutte le forme di energia alternativa, dei processi di depurazione naturale (la fitodepurazione, ossia un sistema di depurazione delle acque reflue domestiche, agricole e industriali ispirato al principio di autodepurazione degli ambienti acquatici e delle zone umide) e del trattamento delle biomasse organiche, la città sarebbe a emissioni zero e produrrebbe più energia di quanta ne consumerebbe.

 

Ma perché scriviamo al condizionale? Insomma… perché al momento non è possibile realizzarla? Perchè i costi sarebberro troppo elevati. Ma in futuro, chissà, forse potremo costruire una città simile, che rappresenterebbe la risposta alle nostre domande, la soluzioni dei nostri problemi.

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