Architettura e fotografia, Emmanuele Panzarini e il Blue Sky Project

Il Blue Sky Project di Emmanuele Panzarini è un progetto fotografico che ha riscosso importanti apprezzamenti, fra i quali possiamo ricordare: Mario Cucinella, Kengo Kuma, Giancarlo Galan, George Clooney, Philippe Daverio, Giovanni Umicini e Gian Piero Brunetta. Un progetto che gli amanti della fotografia tradizionale potrebbero considerare difficile da accettare… infatti, l’autore ha scelto di utilizzare un normale cellulare come mezzo fotografico. Per capire meglio di cosa si tratta, abbiamo intervistato Emmanuele Panzarini.

 

di Giacomo Sacchetti

 

Panzarini ci dimostra che, anche nella fotografia, oggi non si può prescindere dai nuovi mezzi tecnologici, primo tra tutti il cellulare. Non possiamo far finta che non esista la possibilità di viaggiare e scattare fotografie senza cavalletto e teleobiettivo: l’uso quotidiano che ognuno di noi fa di queste tecnologie, tablet compresi, è ormai sin troppo evidente. L’idea da cui è partito l’artista ha le sue radici nella storia della fotografia, nell’arte concettuale di Duchamp e Warhol: non è la tecnica che conta, ma l’idea. Il Blue Sky Project è dunque legato alla storia, ma anche e soprattutto alle odierne tecnologie, web compreso. Per questo si può affermare che è un’opera  immersa nella contemporaneità, in quella stessa contemporaneità in cui vivono i tanti giovani d’oggi, molto legati a internet e alla telefonia mobile.
Possiamo infine dire ai più tradizionalisti: ecco cosa può nascere da una brillante idea e uno strumento di poche centinaia di euro… il Blue Sky Project.

 

Architetti.com. Parliamo innanzitutto del tuo rapporto con l’arte. Il tuo percorso è estremamente ricco. Quali sono stati i tuoi studi e le tue esperienze formative?
EP. Fin da piccolo mi avvicino all’arte grazie a mia madre, insegnante di educazione artistica. Dai 13 ai 17 anni soggiorno all’estero per frequentare corsi di lingua inglese: Crawley, Hastings, Brighton (Inghilterra) e La Valletta (Malta). Nel 2001 parto per Annawan (Illinois, USA) dove frequento l’ultimo anno all’Annawan High School presso la quale mi diplomo. Nel 2006 mi laureo all’Università di Padova in Dams (Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo), con la tesi “Finali inattesi – l’epifania che non ti aspetti” relatore Mario Brenta, regista e sceneggiatore. Nel 2007, vincitore di borsa di studio Erasmus, sono a Bilbao (Spagna) dove frequento il corso di laurea in Licenciatura en Comunicación Audiovisual presso l’Universidad del País Vasco. Nel 2009 mi laureo in Scienze dello Spettacolo e della Produzione Multimediale a Padova, con la tesi “Mafia in sala – cinematografia italiana e americana a confronto” relatore Gian Piero Brunetta, storico e critico cinematografico.

 

Architetti.com. L’idea da cui nasce questo progetto è concettuale. L’abbandono, da parte tua, della tecnica tradizionale è decisamente affascinante. Ci spieghi di cosa si tratta?
EP.
Il Blue Sky Project nasce come una personale scommessa: possono delle immagini scattate con un semplice cellulare catturare l’attenzione quanto quelle realizzate con macchine professionali? Rompere il muro della fotografia tradizionale, in cui solo le foto con apparecchiature all’avanguardia possono essere valutate e giudicate: era questo quanto più mi appassionava della sfida.
Da studente Erasmus a Bilbao, in Spagna, ho viaggiato nei luoghi più belli e suggestivi di questo iconico paese europeo visitando più di 30 città diverse. Ho attraversato la vivacità delle città metropolitane, come Madrid, Barcellona e Valencia ma anche le colline e pascoli delle piccole città rurali come Palencia, Teruel e Bakio. Durante i miei viaggi ho sempre ricercato interessati composizioni offerte dalla cultura spagnola: piccoli frammenti di città, monumenti famosi, angoli nascosti, piante, edifici, bandiere, ponti e chiese. 
 
 
Architetti.com. In riferimento alla storia, di fronte alle foto di Blue Sky Project torna alla mente l’idea di fotografia di duchampiana memoria, e forse ancor più l’idea di arte di Andy Warhol, e l’importanza che all’istante dava Cartier Bresson. Cosa c’è di giusto e cosa di sbagliato in questa interpretazione?
EP.
Cogliere un istante, fermare il tempo, lasciare ad altri la visione soggettiva di un frammento di vita. Per me fotografare non significa riprodurre la realtà, ma dare una propria interpretazione del mondo che ci circonda. Questo progetto si concretizza dalla consapevolezza che le nuove tecnologie ampliano la possibilità di immaginare nuovi percorsi creativi. Un viaggio in Spagna, la semplicità di un attimo, inquadrature di un cielo fuggente fissate dallo scatto di un cellulare. L’idea dunque è il sottile filo rosso che, attraversando sconfinati orizzonti, arriva a legare diverse discipline artistiche; la visione di credere fino in fondo nel proprio lavoro e la costanza di dedicarvi tempo e risorse, dimostra come l’importanza del mezzo è secondario, ciò che conta è la giusta l’intuizione da cui partire.
 
 
 
Architetti.com. Tornando a oggi: che importanza ha il web per la tua opera?
EP. Internet ha cambiato radicalmente il nostro modo di vivere, di lavorare, di relazionarsi con gli altri e si sta rivelando un mezzo a cui tutti noi quotidianamente facciamo riferimento per informazioni, contenuti, applicazioni e molto altro. L’arte non può esularsi da questo processo di cambiamento e lo testimoniano i numerosi progetti creativi e artistici che si realizzano grazie alla rete. In questo contesto il web è stato un tassello molto importante per la costituzione dell’intero lavoro. Nel libro fotografico infatti, le didascalie vengono sostituite da precise coordinate terrestri, coordinate che rappresentano un linguaggio universale decodificabile in tutto il mondo e offrono la possibilità di ricollocarsi, o tramite Google Earth/Maps o con la propria presenza fisica, nel luogo esatto in cui è stata scattata la foto.
Questa parte del progetto è quella che più mi ha entusiasmato, ho dovuto infatti ripercorrere mentalmente decine e decine di viaggi utilizzando Google Earth come guida interattiva per risalire al punto esatto di ripresa. Non sempre però è stato sufficiente, per avere la sicurezza della posizione geografica, sono ricorso all’utilizzo di Google Street View e alle foto/video già georeferenziate on-line. Un lavoro metodico a cui mi sono dedicato per diversi mesi.
 
 
Architetti.com. Molte personalità importanti del mondo dell’arte e dell’architettura si sono complimentate con te per il lavoro svolto (riportiamo sotto due importanti review). Registi, fotografi, architetti, giornalisti hanno apprezzato il tuo progetto che, penso, si possa definire un’opera “crossover”. Dobbiamo certamente tenere in considerazione la sensibilità trasversale di ciascun commentatore illustre, ma al di là di questo, quali sono le caratteristiche delle tue immagini che le rendono così artisticamente valide da tanti punti di vista?
EP.
Il connubio di più elementi ha fatto sì che da una giusta intuizione si è sviluppato un progetto completo, dove le foto hanno si una loro rilevanza, ma ciò che più ha colpito e sorpreso è l’evoluzione dell’idea. Quali sono dunque questi elementi che caratterizzano il Blue Sky Project? Innanzitutto, come è stato precedentemente ricordato, la scelta di un telefonino, o come amo definirlo, un mezzo non convenzionale; la decisione di rappresentare la Spagna attraverso uno sguardo libero da ogni preconcetto canonico; l’utilizzo delle coordinate terrestri come didascalie per ogni singola fotografia; infine, l’idea di realizzare dei dittici fotografici partendo da più immagini scattate nell’arco di un anno dove il “fil rouge” è l’intenso cielo blu.

 

Review
Mario Cucinella, architetto
“Fotografare l’architettura è un tema impegnativo. Troppo spesso irrigidita dalla perfezione fotografica che la rende estranea agli uomini e raramente utilizzata come supporto emotivo. Ormai gli edifici fotografati sono più belli che nella realtà e questo rappresenta una distorsione tecnologica dal mondo reale. Nel lavoro di Emmanuele non c’è questa forzatura, il suo progetto fotografico va oltre questa rappresentazione per entrare nel campo delle emozioni, dell’immaginazione e della interpretazione utilizzando l’architettura come supporto. Non solo un modo di fotografare, sarebbe come definire uno stile letterario, ma un modo di vedere gli edifici e di coglierne un dettaglio che nell’immagine assume un valore d’insieme. Si legge bene l’architettura sempre legata al cielo e ricorda come Carlo Scarpa amava girare per le città sempre con lo sguardo curioso e all’insù. Queste foto sono “curiose” nel senso che esplorano, guardano, colgono dettagli e luce, sono fatte con quella necessaria curiosità di guardare il mondo non solo l’architettura. Anche la composizione di pezzi d’architettura ricomposta, ribaltata, specchiata come un caleidoscopio fa emergere quella parte artistica emotiva sensoriale dell’interpretazione. E come se Emmanuele cercasse di fotografare quella parte invisibile dell’esistenza fisica degli edifici. Sfogliare il libro e come camminare in una immaginaria promenade di sensibilità di colori e di una architettura appena svelata che lascia un ampio spazio per immaginare e non solo vedere”.

 

Kengo Kuma, architetto
“Looking at the pictures, I feel like flying in the air in Spain. I can really feel the light and wind in Spain. Architecture, by nature, must have served as a medium between the space and the human body like this”.

 

Crediti
Photographs © courtesy of Emmanuele Panzarini
www.blueskyproject.it
www.emmanuelepanzarini.it

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