Architettura e contesto ambientale: una pelle (elettrica) che abito

(di Marcello Balzani) Una pelle e non la pelle. Forse tra l’indeterminato e il determinato si annida una differenza. Chi ha avuto modo di vedere al cinema il film di Pedro Almodovar troverà immediata la citazione, a patto di comprendere la non banale differenza dell’articolo. […] Se per Pedro questa pelle che viene selezionata, riprodotta, riadattata costituisce un percorso unico e personale, molto stimolate nella dimensione critico-metaforica […], per noi che la rendiamo indeterminata il ragionamento cambia.

 

Già perché è facile pensare alla pelle come alla forma di un’identità e di un ruolo. Un esempio? Provate a sperimentare (pagando) come è ammiccante in Second Life o in Sims2 cambiare le body parts del proprio avatar. […] I giochi di società sono sempre stati lo specchio di un conformismo culturale e la cybercultura della pelle è imperante a ogni livello. Nel 1995 il guru Derrick de Kerckhove, già assistente di Marshall McLuhan, scrive “La pelle della cultura”, un volume che prende i paradigmi della noosfera di Vladimir Vernadsky e Pierre Teilhard de Chardin, passa per Edgar Morin e sviluppa l’idea della elettrificazione del linguaggio, che avvolge i nostri corpi immergendosi in esso. […]

 

Se nella scienza medica una nuova attenzione al sistema mente/corpo più che all’organo o alla parte colpita sta ponendo le basi per un recupero della medicina psicosomatica, può essere interessante compiere un salto di scala tra i codici della corporeità. Esistono componenti psicosomatiche dello spazio? Adattamenti somatici e comportamentali indotti dal contesto ambientale? Capacità d’identità e di affezione che si possono anche proporre come stress esistenziale e contrasti affettivi?

 

La configurazione del nostro anonimo costruito per la sua ridotta capacità di esprimere apertamente una personalità architettonica attraverso reazioni emozionali, può indurre somatizzazioni (accumulo di tensioni prolungate, stress protratti)? La demotivazione morale, etica, significativa di un luogo (l’ibridazione e la generazione quindi di non-luoghi) può essere un comburente per l’innesco di incendi, malattie, degradi, crolli? La mancanza dello spazio di innescare e sostenere una capacità relazionale vera, che si strutturi come un supporto affettivo, la sensazione del costruito di essere immersi in un angoscioso white noise (Don DeLillo)che isola e rende soli, sviluppa patologie?

 

Ora non c’è ancora una risposta a tutto questo, anche se molte ricerche svolte con il contributo di architetti, pedagogisti, psicologi dell’ambiente e psichiatri tentano, attraverso un’indagine multifattoriale, di aprire una strada alla conoscenza, esattamente come sta avvenendo per la medicina. Ma guardare la malattia è solo un modo per far apparire la realtà (o la sua pelle).

 

[…] Niente di nuovo se per progettare bisogna anche avere come riferimento relazioni geometriche, che possono trovare similitudini con la forma umana. Le Corbusier, quanto teorizzò il Modulor (Modulo della sezione aurea) utilizzò questo principio facendo riferimento alle proporzioni umane, già descritto da trattatisti rinascimentali come Francesco di Giorgio Martini, Leon Battista Alberti e Leonardo, dopo Vitruvio stesso. Eppure il salto non è ancora fatto. C’è infatti da chiedersi cosa sottenda la consolidata abitudine della nostra architettura realizzata di apparire nelle immagini delle riviste di tendenza sempre più asettica, oggettuale e autoreferenziale. Viene trasmessa la sensazione d’insopportazione, di estraniazione, come se ci fosse il terrore criptato di essere contaminata (l’architettura) dalla presenza umana, concessa quest’ultima nel disegno digitale di progetto in forma di ombre ed ectoplasmi che sembrano far rivivere il Cielo sopra Berlino o il Sesto Senso, che poi sarebbe la città dei morti sovrapposta a quella dei vivi (niente di nuovo ancora): pelle viva su pelle morta […].

 

Se il corpo è in continuo adattamento a causa di infiniti problemi ambientali, perché non lo è anche lo spazio architettonico? […] La Casa embriologica di Greg Lynn e gli interni in pelle umana di Aziz+Cucher, ci fanno riconsiderare l’idea dell’architetto-medico che cerca di salvare la vita agli edifici, che si ammalano quando ci ammaliamo noi (e viceversa?). Sono tendenze che simulano l’idea di costruire spazi in rapporto ad atti demiurgici: il primo uomo d’argilla di Prometeo, il Golem del rabbino Loew, il mostro di Frankenstein e tutti i sogni mutanti dei fumetti del dopo guerra, fino ad arrivare agli androidi pseudo-empatici di Dick e alla dolorosa virtuale corporeità di Matrix, costituiscono comunque un modello complesso di condensazione di “corpo, biologia, tecnologia e mito, che sembrano icone semi-umane di sistemi tecnologici emergenti”.

 

C’è poi da chiedersi se, qualora fosse mai tradotto, questo collage ibridato che si rapprende sul territorio e che irradia valori riqualificanti di onnipresenza taumaturgica (utopie alla Gehry/Bilbao, alla terraform, o alla creatio mundi) dimostrerebbe le capacità di intessere la rete di rapporti richiesti (memorie, stratificazioni, tradizioni) o tenderebbe solo a clonare se stesso […].


Il testo integrale dell’editoriale è pubblicato nell’e-zine “Pelle”.


Marcello Balzani è Direttore di Paesaggio Urbano e Architetti tabloid

 

Nell’immagine, ampliamento della scuola media Lombardi a Bari, ma0 / emmeazero studio d’architettura, dettaglio della pelle esterna dell’edificio

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