Architettura cosciente per un paesaggio concreto

Scriveva il filosofo Maurice Merleau-Ponty, che ha dedicato la sua vita ad esplorare il mondo e il mondo percepito, che “il nostro rapporto con le cose non è un rapporto a distanza. Ogni cosa parla al nostro corpo e alla nostra vita. Le cose sono rivestite di caratteri umani (docili, dolci, ostili, resistenti)…” e forse queste parole bene descrivano il significato e lo spirito di questo secondo appuntamento di “Architettura cosciente” che si è coagulato nella splendida cornice della Sala Grande di San Giovanni Evangelista a Venezia il 10 giugno scorso. Le “cose sono dei complessi” ovvero sono tessute insieme, legate, collegate, intrise a noi e credo che nel pensiero e nell’azione del progetto ciò sia fortemente espresso. Il problema è che nella maggioranza dei casi, delle situazioni in cui i professionisti tutti i giorni si vengono a trovare, rimane poco tempo per raccontare il percorso cosciente che permette di raggiungere, spesso con difficoltà e fatica, il risultato realizzativo. Il salto mortale senza rete, come già avevo avuto modo di scrivere al compimento del primo appuntamento tenutosi alla Terrazza Martini il 24 settembre 2009, ha quindi di nuovo avuto la sua arena, coinvolgendo gli ordini degli architetti della Provincia di Venezia e della Federazione Regionale del Veneto. Una platea attenta, coinvolta, che ha accettato il rapporto introspettivo, generato, un po’ empaticamente, dal desiderio di esprimere il modo di “fare architettura”. L’idea, realizzata anche questa volta con il contributo cosciente e attento della SanMarco Terreal Italia, ha avuto origine dalla coniugazione di chi scrive con l’architetto Renata Codello, Soprintendente  BB. AA. PP. di Venezia. Un’intersezione giudiziosa che ha permesso di selezionare sei studi di architettura e di metterli a confronto attraverso una serie di ambiti tematici, che stanno arricchendo il nostro dizionario di contenuti, metodologie, modalità di approccio. Renata Codello, introducendo i lavori, ha ben dimostrato come Venezia, diversamente da quanto si può credere o immaginare, sia uno straordinario luogo di sperimentazione di architettura contemporanea, che si deve misurare (a livelli alti) anche con i temi della conservazione e del recupero diffuso. Le cose non sono mai neutre. Non lo sono nell’atto contemplativo e disattento come non lo sono durante il rapporto ideativo, creativo e di cura nel tempo. Esiste un’attitudine al confronto che si esprime nelle scelte, che possono far leva su vocazioni dei luoghi, su identità, memorie che devono essere tuttavia interpretati e compresi per diventare architettura.

 

Ecco perche, fin dall’iniziale lettura critica e abilmente polemica di Marzio Favero, il racconto che si è espresso tra i marmi e le pitture della Sala Grande di San Giovanni Evangelista, ha avuto un filo conduttore comune, un elemento unificatore inatteso, il paesaggio. La cosa (sempre secondo l’ampia definizione di Merleau-Ponty) interessante è che il paesaggio è apparso tra le parole di tutti  come un trasdurre, come un grimaldello, come un’esigenza di contestualizzazione che potesse estendere i confini dell’architettura, ampliarne il senso, il significato e il potenziale concreto di interesse per le comunità e la collettività. Franco Mancuso (Mancuso e Serena Associati di Venezia) e Maria Alessandra Segantini (C+S Associati di Treviso) hanno interpretato il tema del rapporto tra “Tradizione e Modernità” attraverso un percorso che ha messo in luce, alle diverse scale del tessuto, isolato urbano fino all’isola e allo scenario del margine naturale, come il segno del moderno e del contemporaneo possano esprime (seguendo l’analogia della traduzione) un’innovazione coerente dell’esistente, valorizzarne l’appartenenza, potenziarne la durata e l’utilità. “L’architettura è ciò che il luogo si aspetta” ricorda Maria Alessandra Segantini citando Kahn, e ricorda come il loro lavoro “incide sul paesaggio trasformando il progetto in uno spazio di confine allargato, una soglia tra tradizione e contemporaneo”.
Mauro Galantino di Milano e Patricia Viel (Antonio Citterio e Patricia Viel and Partners di Milano) nell’ambito tematico “Abitare i luoghi” hanno espresso, attraverso una serie di esperienze concrete dell’azione progettuale, il difficile e complesso percorso cosciente (che deve far leva su un’intuizione raffinata) per rileggere le periferie urbane, come ambiti di archeologia industriale. Il paesaggio, anche in questo caso, penetra tra le parole degli architetti, come un’esigenza di relazione tra lo storico-concettuale e l’aspirazione sociale e partecipativa. “Tutti i progetti più importanti hanno a che fare con la scrittura automatica, con quell’atteggiamento che lascia reagire concetti chiari con sviluppi solo intuiti”, dice Mauro Galantino, ed è una modalità sapiente che Patricia Viel ribadisce ricordando che “la conoscenza del contesto ambientale di un progetto richiede una lucida visione della finestra di realtà nel quale il progetto si colloca; è una finestra di realtà che contiene una soglia storica, un paesaggio urbano, un paesaggio sociale e un obbiettivo verso il quale l’evento trasformativo deve tendere”.
Giovanni Caprioglio (Caprioglio Associati di Venezia) e Boris Podrecca (Atelier Podrecca di Vienna) si sono confrontati sui “Linguaggi della contemporaneità”; e ciò è avvenuto per Caprioglio per mezzo di una rilettura critica del proprio percorso progettuale scegliendo alcune architetture che hanno motivato il disegno, la forma, la relazione con il luogo; per Podrecca (sfogliando molti suoi progetti e realizzazioni) attraverso un’ironica definizione del concetto di contesto, che vive e si rappresenta con il suo opposto, affermando che la “riconoscibilità di una poetica della diversità sta dietro, nella struttura compositiva mentale dell’architettura; non si esprime con un segno, con un ductus, con un marchio di una riconoscibilità troppo svelta come quelli di molte archi-star, tende invece ad operare in modo tale che dal contesto possano emergere echi che ne de-terminino le reali vocazioni future; resistere su questa posizione non è facile in un tempo di percezione immediata, di appariscenza e seguente connotazione”.
La SanMarco Terreal Italia ha mantenuto, nel Trentennale della sua fondazione, la promessa di ripetere un’iniziativa sensibile e speciale. Ora rimaniamo in attesa della prossima occasione di confronti coscienti in altre città italiane!

 

di Marcello Balzani

 

Nell’immagine, Isola di Sant’Erasmo, Venezia. Edificio incassato nel terrapieno a servizio della Torre Ottocentesca. C+S Associati

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