Architettura come azione di politica pubblica: Decolonizing Minds

…possiamo riprenderci il futuro? Possiamo pensarlo per lo meno, senza doverlo subire come prossimo ineluttabile presente? È possibile non confinare i nostri pensieri in uno scantinato, come fossero qualcosa di cui disfarsi? Vorrei invece che provassimo a pensare in modo sconveniente… provassimo a pensare a ciò che apparentemente sembra strano“.
Adriano Zamperini

 

Se da un lato la percezione comune del conflitto israelo-palestinese si appiattisce sull’immaginario del muro, semplificando quella che è la più profonda articolazione della complessità conflittuale, nella realtà le relazioni internazionali e l’orientamento dei governi applicano un dispositivo militare, politico e giuridico senza precedenti nella storia in grado di generare muri che superano in portata quello più famoso che frammenta i Territori Palestinesi lungo la linea rossa tracciata e ratificata nel 1993 dagli accordi di Oslo. Superare i confini fisici e mentali imposti da questa applicazione politica, implica ragionare attraverso nuovi modelli.
Decolonizing Architecture, in evidenza tra le pratiche contemporanee che si occupano di produzione di politiche pubbliche attraverso gli strumenti dell’arte e della progettazione, offre l’occasione di ragionare sul nostro mondo “pacificato” attraverso altre lenti di osservazione e azione.

 

La Società Italiana di Scienze Psicosociali per la Pace ha dedicato un numero monografico del suo giornale alla piattaforma progettuale DAAR (Decolonizing Architecture Art Residency). Ne parlano Diego Segatto (architetto, OpenQuadra), Adriano Zamperini (psicologo sociale, Università di Padova e direttore della SISPa), Marialuisa Menegatto (psicologa sociale, Università di Padova e curatrice della SISPa).

 

L’incontro si svolgerà nella cornice dell’evento The Wall #3 a cura di Pietro Gaglianò e Nosadella.due, progetto che nasce dal bisogno di rilevare una geografia emotiva e intellettuale, di fare il punto sullo stato della consapevolezza globale e della responsabilità individuale, di amplificare l’interrogativo sulle ragioni dell’arte attraverso strumenti e dispositivi di partecipazione non convenzionali. The Wall si interroga sul significato attuale di “muro”, inteso nella sua declinazione geopolitica, sociale, morale, generazionale, relazionale, fisica.

 

Decolonizing Architecture è un progetto fondato nel 2007 da Alessandro Petti, Sandi Hilal e Eyal Weizman. Nato come studio/residenza a Beit Sahour, Betlemme, e recentemente riformulato come 
Decolonizing Architecture/Art Residency (DAAR), lo studio è impegnato nella ricerca sugli spazi e nelle teoria ad essi sottesa, assumendo il conflitto palestinese come principale caso studio. Decolonizing Architecture cerca di utilizzare la pratica degli interventi sullo spazio come una forma di intervento politico e di narrazione. Il loro lavoro è continuamente incentrato su una serie di complessi problemi architettonici che ruotano attorno a uno dei dilemmi più difficili dal punto di vista politico: come agire sia in modo propositivo che criticamente in un contesto in cui la forza politica, estremamente complessa, è così drammaticamente distorta.

 

SCHEDA EVENTO

 

Decolonizing Minds

 

Luogo
Nosadella.due
residenza per artisti e curatori
via Nosadella 2, Bologna

Data
16 aprile 2011

Orario
dalle ore 17.00 alle 19.00

 

L’evento sarà preceduto da un’incursione di Civile
www.civile-net.org

 

 

Per ulteriori informazioni
www.decolonizing.ps
www.nosadelladue.com
www.openquadra.it/2011/01/pace-conflitti-e-violenza

 

Nell’immagine di apertura, il Muro come quinta del quotidiano: graffito sul tratto a recinzione della colonia di Atarot. Foto di Alessandra Gola, pubblicata nella e-zine n. 28, “Accessibile”

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