Per un’architettura dell’accoglienza, rilevare e rappresentare la trasformazione

(di Marcello Balzani) In principio fu il progetto. Ovvero i rifiuti della costruzione di ordine”. È un’affermazione che Zygmunt Bauman utilizza come titolazione del primo capitolo di un suo volume di oltre dieci anni fa, che anticipava ciò che oggi è un fatto quotidiano, che occupa i nostri pensieri, e ormai “Vite di scarto” pone come centrale il tema della vulnerabilità/interdipendenza planetaria della specie umana, in una situazione di natura iniziale, primitiva.

Bauman la chiama “natura primordiale”, soprattutto perché non regolamentata ed essenzialmente incontrollata nelle politiche, che tentano di intervenire sui processi di globalizzazione. Una condizione che produce trasformazioni di grande potenza, perché ci si accorge come le forze degli “Stati sovrani” non siano più sufficienti ad arginare il cambiamento in atto. Si creano continuamente condizioni di “terra di frontiera di nuovo tipo, sagomate ed interconnesse da altrettanto nuovi “spazi dei flussi”. E non si fa in tempo ad erigere un muro, una barriera, un confine di controllo, che questo viene scavalcato ed a volte abbattuto.

Ma torniamo alla citazione. Contiene quattro parole molto interessanti: progetto, costruzione, ordine e rifiuto. L’ultimo termine è e vuole essere ambivalente perché il rifiuto è sicuramente un atto, un’azione: noi non vogliamo loro perché “sono sempre troppi”; ma è anche un prodotto, un risultato del processo di trasformazione (edilizia_territoriale quanto sociale_comunitaria) e, come dice Baumam, per “ciascun rifiuto c’è sempre la sua discarica”.

[…] Mi interessa, seguendo lo stimolo che un editoriale deve offrire, cercare di ricollocare alcuni ragionamenti nell’attualità che stiamo vivendo o forse sarebbe meglio dire condividendo.

Sicuramente il progetto è importante, oggi più che mai, perché definisce il pensiero (e una speranza concreta) che “il mondo possa cambiare”, ma anche la modalità di questo cambiamento. Io credo che, se saremo capaci di intravvedere oltre i muri e i confini, gli iperghetti, le condizioni di insicurezza, gli inclusi e gli esclusi, oltre la frontiera che separa il “prodotto utile” dagli “scarti”, in altre parole oltre quest’incessante attività di separazione, allora potremo condividere un progetto necessario quanto coerente con quanto sta veramente accadendo nelle terre di frontiera dove la costruzione delle discariche edilizie e sociali non devono essere ed apparire la prioritaria risposta al problema.

Quindi anche il modo di costruire sta cambiando, e il ruolo che l’esistente, il residuo, il (fino a ieri) rifiuto acquisisce è sempre più importante. Riuso e recupero. […] Il rilievo, l’analisi, la diagnostica e la rappresentazione coerente dei dati acquisiti attraverso una visualizzazione, che intercetti l’innovazione e si connetta continuamente con un percorso formativo continuo sono i nuovi strumenti. Ogni connessione interdisciplinare e tutte le sovrapposizioni (di finalità e di significato) valorizzano il progetto.

Questo nuovo centro del problema interpreta diversamente i ruoli dei materiali, i pesi delle tecnologie, i criteri di forma/spazio e morfologia, i valori economici nel tempo e nella continuità di utilizzo e di ciclo di vita degli oggetti, come dell’architettura, come dei sistemi urbani. […] Ogni giorno di più ci si accorge che anche i modelli descrittivi importati dal secolo scorso e consolidati in un centinaio d’anni di processi di sviluppo (più o meno condivisi) non riescono sempre a rendere le potenzialità delle idee che valorizzano il progetto.

Il sistema d’ordine è troppo impegnato a vagliare? A segregare? Ad eliminare? quei rifiuti del progetto prima e della costruzione poi, che invece forse dovrebbero essere compresi, accolti, contenuti, recuperati e riutilizzati?

Non so dare una risposta.

Da un lato è evidente che ogni debolezza di un’autorità può sgretolare le sue fondamenta. Dall’altro impegnarsi unicamente nel sostenere un principio di esclusione può finire per rappresentare la “principale occupazione o metafunzione dello Stato” e non è sicuramente cosa buona e giusta.

Rimane il fatto che ciò che accade sui nostri confini europei non è lontano da quanto accade sui retini zonizzanti degli strumenti urbanistici o all’interno dei processi edilizi ed architettonici che trasformano le tecnologie del costruire per rispondere a nuove esigenze con diverse prestazioni.

Non so se saremo in grado di proporre un’architettura dell’accoglienza, se ne avremo le capacità tecniche e soprattutto il cuore e l’anima adatti e pronti per farlo, ma credo che dovremo tentare. […] Non credo che valga la pena di aspettare i barbari come nella celebre poesia di Kostantinos Kavafis, trovando le peggiori motivazioni in quanto siamo stati impegnati a conservare senza cercare i capire, nascondendo il fatto che il nemico è prima di tutto dentro di noi.

Credo invece che le terre di frontiera e gli spazi dei flussi siano degli straordinari stimoli per dare un significato al termine progetto e alla formazione e al ruolo dell’architetto.

Il testo integrale dell’editoriale è pubblicato sul numero 4/2015 della rivista “Paesaggio Urbano”.

Marcello Balzani è Direttore di Paesaggio Urbano e Architetti tabloid

In apertura, immagine di M. Balzani sul tema di “Vite di scarto” di Zygmunt Bauman, pubblicato nell’edizione italiana da Laterza nel 2005

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