Centralità del progetto: Architetto+aggettivo o Architetto e basta?

L’argomento non è di lana caprina e scorre trasversalmente tra chi forma (l’Università) e chi mette i professionisti sul campo per giocare la partita (gli Ordini), tra le competenze da acquisire e quelle acquisite e da mantenere nel tempo, tra la specializzazione verticalizzata e il sapere integrato, tra il mercato nazionale che stringe e strizza e il mercato internazionale che allarga e diluisce, tra il dubbio di perdere qualcosa per strada ogni giorno e l’insicurezza di scegliere una strada maestra.

Insomma la tematica, percepita da ambo i versanti non è banale e dopo tanti anni di architetti pianificatori paesaggisti e conservatori, nell’attesa che chi forma produca il desiderio (ma sarebbe meglio definirlo il bisogno) di creare anche altre aggettivazioni (più o meno professionalizzate), è importante chiedersi se il progetto, che è il vero perno della professione dell’architetto, sia al centro del dibattito. Forse è importante chiedersi se esiste (e cosa significa e rappresenta realmente) il progetto prima di diventare progetto (di restauro), progetto (di urbanistica), progetto (di paesaggio) e quindi anticipatamente andare verso l’idea di immaginare a monte una relativa specializzazione formativa finalizzata.

Forse è anche utile e necessario domandarsi quanto la concorrenza nell’area tecnica (tra architetti di diversa natura e ingegneri di diversa formazione, con l’aggiunta di geometri e periti professionalmente abilitati a nuove attività settoriali) appaia anche definita dal rispetto di un quadro di regole, che devono essere coerenti già dal nascere: all’interno dei Servizi di Architettura e Ingegneria (che si cerca anche di valutare con la creazione di uno specifico Osservatorio, l’istituendo ONSAI) molti aspetti connessi al mercato dei Lavori Pubblici, alla trasparenza degli affidamenti (DM 143/2013), alle nuove Linee Guida ANAC, individuano competenze, possibili e non trascurabili aree di sovrapposizione, settori (più o meno riservati) che si riverberano anche nel quadro dei contenuti formativi. Nulla risulta più slegato e il dinamismo delle trasformazioni richiede di ragionare in fretta. Gli stessi modelli (ancora cogenti) che regolano la struttura di autorizzazione ministerale dei Corsi di Laurea in Architettura sono ormai datati alla fine del secolo scorso, ampiamente prima di tanti passaggi storici fondamentali avvenuti nella società e nel settore delle costruzioni e non da ultimo la crisi del mercato in cui si annaspa.

Durante un’intervista con Franco Bunčuga, Giancarlo De Carlo (Elèuthera, 2000) diceva al proposito: “Io invece sono alla ricerca di un’architettura che coinvolga tutti perché è coinvolta con tutto, in ogni sua articolazione di radice e di ramo, ed esprima questo suo coinvolgimento con linguaggi molteplici: stratificati, duttili, aderenti, riconoscibili per risonanza con la tradizione, sorprendenti per energia innovativa. Dove ciascuno possa entrare al suo proprio livello di percezione e rappresentazione. Voglio dire: cerco un’architettura che tutti, in modo diverso, possano comprendere e usare, che torni a essere primo riferimento concreto del consistere umano nello spazio fisico e sociale; un’architettura che non si può ignorare, al punto che ciascuno deve finire col progettare, che nessuno può fare a meno di progettare”.

Cinque anni fa, quando si era nel pieno del dibattito dell’elezione del nuovo Consiglio Nazionale, recuperando questo pensiero di De Carlo, mi chiedevo perché non investire realmente energia e volontà sul significato che la parola progetto esprime ed identifica? Quella parola che è assente dal dibattito politico, che sembra essere solo un ostacolo, una perdita di tempo, un costo obbligato ma non necessario per operare con rapidità e senza regole la trasformazione del territorio.

La nostra professione non esiste più, viene annullata, quando il progetto diventa evanescente o fotocopia di norme e di prassi. Già perché la perdita di progetto è direttamente proporzionale all’incremento di altre funzioni descrittive ed asseverative che oggi impegnano i tavoli degli architetti con pagine e pagine di schede e relazioni, nel rispetto di norme (nazionali e regionali) scritte da giuristi e avvocati che non hanno mai visto un cantiere e che non sanno come succede nella realtà del processo costruttivo. Incoerenze che, per essere risolte, impegnano i professionisti tecnici più del dovuto, acquisendo responsabilità al calor bianco, per non perdere l’opportunità di operare. Una consapevolezza che non ha prezzo e che non trova, nelle logiche del mercato la motivazione per rendere visibile, tangibile, comprensibile cosa significhi e quando valga veramente progettare. Nell’assenza di una valorizzazione di un ruolo si cade nell’assenza di una reale tutela del valore di ciò che si fa.

Oggi la maggioranza degli Architetti (e basta), quando lavora, lavora per un compenso ben più basso di quanto esprime ed offre, in qualità e soprattutto in responsabilità, anche in rapporto a quanto si è investito faticosamente in formazione.

E il problema è ancora maggiore se lo si guarda dal punto di vista dei giovani Architetti (e basta).

di Marcello Balzani

 

Scritto da

The author didnt add any Information to his profile yet



Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

News dal Network Tecnico