Architetto o Architetta? In ballo c’è solo una vocale?

architetto o architetta

Architetto o Architetta? è il titolo dell’incontro che si è svolto giovedì 16 marzo presso la sede dalla Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Milano su invito di ADA Associazione Donne Architetto di Firenze, e in concomitanza con l’uscita del numero di marzo di Abitare, interamente dedicato alle architette. Posti in aula esauriti in tempo zero, l’incontro è stato seguito da centinaia di iscritte anche via webinar: le donne hanno voglia di parlare del proprio ruolo nelle professioni ordinistiche.

La statistica ci dice che, nel panorama affollato degli architetti italiani, le donne sono passate dal 32% del 1998 al 42% del 2015 e che fra pochi anni potremmo assistere ad un nuovo sorpasso rosa.

Ma che cosa denunciano, in particolare, le architette?

Che i tempi della professione e quelli della vita familiare, e soprattutto della maternità, siano incompatibili. Di essere pagate meno dei propri colleghi, a parità di mansioni. Di non avere accesso alle posizioni di potere. Del numero sempre troppo basso di donne all’interno delle giurie dei concorsi. Di essere vittime di piccoli e grandi episodi di sessismo.

Prendiamo il tema della differenza salariale. In questi ultimi anni, in cui il reddito generale degli architetti è calato del 31%, quello femminile è passato dai 17.000 €/anno del 1998 a circa 12.300 €/anno del 2015. In questo panorama da fame, gli architetti uomini continuano comunque a guadagnare il 57% in più delle loro colleghe.

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Com’è giustificabile questa differenza? Sulla base delle esperienze delle architette presenti all’incontro, stereotipi e pregiudizi fanno sì che, quando gli importi delle opere sono alti, difficilmente un committente si affidi ad una professionista donna: ma se poche continueranno ad essere le donne che accedono a ruoli superiori, un’inversione di tendenza sui guadagni appare difficile.

È anche vero – si afferma – che spesso le donne sono le prime a svalutarsi: hanno più difficoltà a chiedere un giusto compenso per il proprio lavoro, si sentono inadeguate e pensano che avrebbero potuto fare di più e meglio, e questo le porta ad abbassare gli importi delle fatture.

Cosa si può fare per imparare a non sminuire il nostro lavoro?

Partiamo innanzitutto col dire che ci siamo, noi, donne architette e professioniste. Potremo sempre essere scambiate per l’assistente o la segreteria dello studio perché c’è ancora chi dà per scontato che l’Architetto titolare debba essere un uomo, ma intanto siamo lì, ed è a noi che dovranno rivolgersi per risolvere quel tale problema tecnico. Impariamo a fare rete, creiamo sinergie e collaborazioni, sosteniamo le donne, soprattutto le più giovani. Dobbiamo crederci noi per prime, essere convinte della nostra preparazione ed imparare a comunicare meglio il nostro lavoro.

Questi i consigli che vengono dalle relatrici, senza arrivare mai ad una forma di femminismo cieco: sostenere le donne, per le presenti, non significa pensare di essere migliori o che tutto ci sia dovuto. Lontane quindi dall’affermare che se ad una donna non viene dato un lavoro sia sempre e solo una questione di discriminazione: ogni architetta, come ogni architetto, deve dimostrare le proprie competenze.

Per concludere, come dovremmo definirci: architetto o architetta?

Abitare ha sdoganato “architetta” sulle sue pagine. Valeria Bottelli, la presidente dell’Ordine di Milano, si rivolge alle professioniste presenti chiamandole architette. Bardelloni e Fagotto di ADA lamentano che sui social network dell’Associazione le donne affermino in maggioranza di detestare “architetta”, di ritenerla una definizione “orribile”.

Orsina Simona Pierini del Politecnico di Milano sostiene di non amare la declinazione al femminile, mentre Diana De Marchi del Comune di Milano ne ha fatto una battaglia. Da una delle poche voci maschili presenti in sala viene il suggerimento di riportare in luce la forma arcaica “architettrice“.

Insomma, il tema del nome resta controverso, e le donne stesse non comprendono del tutto che in ballo non ci sia solo una vocale, ma tutto un modo di guardare ad una professione.

 

Queste le relatrici presenti all’incontro Architetto o Architetta?:

Valeria Bottelli, Presidente Ordine Architetti di Milano
Gisella BassaniniFulvia Fagotto e Cristina BardelloniADA Associazione Donne Architetto
Diana De Marchi, Presidente Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili del Comune di Milano
Silvia Botti, Direttrice di Abitare
Paola Tavella, Giornalista e Scrittrice
Orsina Simona Pierini, Politecnico di Milano
Ludovica Di Falco, Architetta fondatrice dello studio Scape, presente nel numero 562 di Abitare

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3 commenti

  1. Mentre il termine architetto allude direttamente alla realizzazione di un manufatto costruttivo con alcuni dei suoi elementi fondamentali, appunto arco e tetto, da cui archi e tetti, non oso pensare a cosa possa alludere invece il termine tetta e tette, che ritengo decisamente avvilente. Fondamentale è la qualità professionale, a prescindere dal sesso di chi la svolge. Lasciamo pure architetto al maschile e puntiamo sulla qualità dell’architettura, sui reali diritti e sulle pari opportunitá delle professioniste, che è meglio e senz’altro più qualificante.

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