Il Paradiso non è un luogo per architetti

(di Marcello Balzani)

Il Paradiso non è un luogo per architetti.

Anche se il “grande architetto” si può vantare di una costruzione di tutto rispetto, i “piccoli architetti” non possono aspirare al Paradiso, semmai al Purgatorio e sicuramente ai gironi dell’Inferno. Le motivazioni di questo declassamento celeste non risiedono esclusivamente nella reiterazione di illeciti comportamenti, quanto piuttosto nel contesto in cui l’ipotetica santità del ruolo si viene ad inserire.

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Credo che neppure ai tempi della progettazione secolare e poi della costruzione della Grande Fabbrica di San Pietro gli architetti che in essa si cimentavano avessero ruoli paradisiaci. Non lo era allora e ancor meno oggi che con grande difficoltà si stringe la cinghia del fare buona architettura come missionari.

L’inferno (ahimé) è la nostra vita. Lo è nella realtà delle cose e lo è probabilmente anche in quella forma di reincarnazione che ci troviamo a condividere generazione dopo generazione da molto (troppo) tempo. Comunque, al di là delle considerazioni in merito al contrappasso di dantesca memoria che ci spetterebbe come categoria, quello che fa piacere vedere nei nuovi spot pubblicitari della Lavazza, che scorrono nei media da metà settembre, è uno straordinario (come sempre) Maurizio Crozza che veste ubiquamente i panni dell’architetto, dei due cherubini e di San Pietro, impegnati in un restyling celeste.

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È dal 1995 che la famosa marca di caffè e macchine per caffè ha ideato, con l’agenzia Armando Testa, la metafora del Paradiso Lavazza e tante figure si sono avvicendate a condividere, tra le nuvole, il piacere di un caffè da Paradiso come se fosse gustato nelle case di tutti gli italiani. Ma proprio per questo, proprio perché da oltre vent’anni questo luogo è tanto caro agli italiani (in quanto “occupa un posto speciale nel loro immaginario” come  commenta Carlo Colpo, Head of Advertising&Media di Lavazza) ci sarebbe da chiedersi come mai lo stereotipo dell’architetto risulti ancora così efficace con proposte di tapparelle verde iguana, creazioni di nuvole di cemento armato e l’insorgere di barriere architettoniche efficacissime come i gradini invisibili.

Ci saremmo aspettati il tentativo di rendere sostenibile il Paradiso che, come sa bene San Pietro, stacca una bolletta dei consumi energetici illimitata da alcuni millenni, oppure di comprendere come lo stare tra le nuvole renda non semplice il completarsi di alcuni requisiti strutturali (più o meno antisismici). Dalla Casa di Adamo in Paradiso (Rykwert), alla Torre di Babele fino alla Città del Sole (Campanella) gli architetti hanno sempre cercato di dare senso e continuità alla fatica di Prometeo e probabilmente si sono distinti per non essere, come scrivevo in apertura, destinati al Paradiso.

Ma tant’è, passano gli anni e alcuni approcci generalizzanti rimangono tali e quali, irrimediabilmente così spazialmente contratti.

E dopo l’ennesimo collaudo del patrimonio costruito avvenuto in Italia Centrale nel mese d’agosto, sotto l’azione geologica di un incolpevole terremoto, tutta la nostra esperienza e diffusa qualità di saperi e di azioni concrete sembra ancora condensarsi nell’immaginario degli italiani tra il nostro più famoso Senatore a vita e l’architetto nel Paradiso del caffè.

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