Architetto, fai qualcosa di sociale!

(di Marcello Balzani) Citare Nanni Moretti è sempre un piacere, perché da quando alla fine degli anni Settanta ebbi l’opportunità di vedere Ecce Bombo non ho smesso di avere la curiosità del confronto al di là dei confini segnati dalle logiche dell’autocoscienza e dell’autocritica tanto care alla Sinistra. Resta il fatto che quel film è anche un modo di fare qualcosa di sociale, dimostrando che quando le idee sono buone non servono tante risorse per metterle in atto.

 

[…] Il delitto di aver rinunciato negli anni a un ruolo sociale per pendere di volta in volta verso l’ascolto delle carnivore sirene della speculazione immobiliare, degli ideologismi tecnologici (bio-eco), della demagogia di un travestimento pedagogico e/o sociologico volto a offrire un’ipocrita modalità partecipativa o, come accade ora, di credere che esista il progettista dell’housing sociale, ha ormai scorticato qualunque parvenza di libertà (direbbe Giancarlo De Carlo). Già, perché il sociale e la libertà dovrebbero essere in comunione, anche se l’abbiamo scordato da troppo tempo. Che fatica oggi credere che l’architetto possa ancora incarnare questo compito, non trincerandosi nelle ipocrisie ma cercando di innescare i cambiamenti per rendere libero il pensiero e l’azione!

 

Ripenso a Giancarlo De Carlo che nel 1978 fondava l’indimenticata rivista Spazio e Società che voleva essere l’edizione italiana della rivista Espace et Société diretta da Henri Lefevre, da uno stimolo dell’editore Moizzi e da Riccardo Mariani, ma che De Carlo con la moglie Giuliana rendeva stretta alla contemporaneità in un momento in cui l’architettura sembrava divorata dal dibattito autoreferenziale sul post-moderno. Poi la rivista passò alla Mazzotta, alla Sansoni, alla MIT Press e ad altri fino ad approdare alla Gangemi e sul finire alla Maggioli, dove vorrei che questa eredità importante non fosse abbandonata.  “Eppure io sono convinto”, diceva De Carlo, “che ‘Spazio e Società’ ha svolto un ruolo che altre riviste di architettura non si assumono. Per esempio nessuna rivista italiana, e pochissime straniere, si occupano dei Paesi del Terzo mondo. Noi ce ne siamo occupati, con inchieste, articoli e perfino dossier sull’India, sul Brasile, sull’Argentina, su Paesi detti in via di sviluppo. Siamo persuasi che in quei Paesi è ancora possibile trovare connessioni interessanti tra i problemi dello spazio e quelli della società; che lì ancora esistono focolai di invenzione, architettura candida e aderente ai luoghi”.

 

[…] Chissà cosa direbbe oggi De Carlo vedendo il successo di questi Paesi rispetto al lento appassire del nostro antico Continente se si misura tutto solo sul dato (sadico) dell’indice di crescita. Ma sarà vero? Quale doloroso legame costringe la città e la società a condividere l’incompletezza, l’inadeguatezza, l’astrazione e la sordità per la condizione umana?

 

Alcune mode ritornano. Il pensiero di Cornelius Castoriadis prima e di Serge Latouche poi delineano l’utopia di un futuro senza crescita, oltre lo sviluppo dello sviluppo fine a se stesso. Un’immagine che fa accapponare la pelle ai tecnici del processo costruttivo, che vedono in questo pensiero un substrato di ecologia sovversiva e tecnofoba, fondamentalmente contraria al progresso. Perché il progresso fondato sulla crescita (dei consumi) è apparentemente illimitato e trova nella scelta di campo dell’architetto un ottimo gestore dello sviluppo, astratto al sociale. Ci può essere uno sviluppo senza crescita? In cui il recupero gioca un ruolo strategico? Un modello sociale capace di rivedere il processo di consumo (del suolo, dell’energia, del tempo, …) attraverso un riequilibro ambientale vocato a una chimica verde (Gilles Clément) senza tornare a intrappolarsi nel mito marxista della società “trasparente a se stessa” o del radicalismo autarchico.

 

Resta il fatto che oggi il sociale è un ottimo grimaldello.
Rimane forse l’unico ambito (luogo) in cui poter tentare strade alternative (nella gestione, nelle forme, nelle tecnologie, nei metabolismi urbani).

 

Ecco allora che lungo le morbide dune di Ostia un pedalatore improbabile con il suo carico di “cose apparentemente inutili di un universo del recupero” muove l’aria con il grido «Ecce Bombo!». Lo stanno osservando quattro giovani (ora nel 2011 giunti probabilmente alle porte della senilità) che aspettano, con una rituale veglia lunga una notte intera, il sorgere del sole.
Ma nello sbalordimento il vibrante disco dorato spunterà alle loro spalle.
Amaro.
Drammatico.
Grottesco.

 

Un po’ come il sociale che propiniamo alle città: pensato (sognato, creduto, immaginato) per un obiettivo rivolto invece ad altro.

 

Architetto, attento, non è scontato! Fare qualcosa di sociale richiede una coerenza, una rivolta direbbe Camus, che oggi, più che quarant’anni fa, è da ricercare e da difendere perché esistono ancora focolai di invenzione.


Il testo integrale dell’editoriale è pubblicato nella e-zine n. 39 “Sociale”

 

Nell’immagine, Patrizia Di Monte, Ignacio Grávalos Lacambra, programma di occupazione e riqualificazione urbana Estonesunsolar, Saragozza, Calle Santa Rosa (San Josè), progetto numero 23

 

(Riproponiamo – all’interno della nuova rubrica Editoriali – questo articolo, già pubblicato su Architetti.com al tempo della sua uscita sull’e-zine, per l’importanza che ha il tema che affronta, ndr)

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