Crisi, incentivi e catastrofi

(di Marcello Balzani) “Lo spettacolo dell’universo è un movimento incessante di nascita, di sviluppo, di distruzione di forme. L’oggetto di ogni scienza è di prevedere quest’evoluzione di forme e, se possibile, spiegarla” (René Thom, 1972).

 

Non è un periodo facile.
Da un lato i riflessi riverberanti e autodiffondenti della crisi amplificano un disagio che la “categoria” aveva già in pancia da almeno trent’anni, dall’altro la sensazione di una ripresa miracolosamente associata ad un’idea di incentivazione dello sviluppo edilizio in parte indiscriminato (almeno nella possibilità dei controlli), che fa leva più sulle borse o sui gruzzoletti dei privati piuttosto che sulla strategia di innovazione tecnologica d’impresa e di ricerca promossa dal pubblico, propongo un’immagine non troppo rosea del futuro ruolo (qualitativo e critico) dell’architetto. Poi, nel passaggio temporale di un’adozione (a distanza sul piano della comprensione dei reali significati che porta con sé) di una norma di salvataggio delle patrie economie che aspettano l’effetto volano dei risparmi dei cittadini, ecco arrivare una catastrofe.

 

Alcuni anni fa mi capitò di fissare l’attenzione su alcuni diagrammi che cercavano di descrivere la distribuzione di probabilità del comportamento (z) di un cane in funzione della collera (x) e della paura (y); la rappresentazione delle variazioni dell’aggressività del cane avveniva in un modello tridimensionale che sfruttava gli elementi della Teoria delle catastrofi elaborata tra il 1950 e il 1960 da René Thom. Si riusciva a comprendere come la posizione di neutralità risultava molto meno probabile di quella d’attacco o di fuga, ma soprattutto, si intuiva una possibilità di descrivere attraverso immagini grafiche un’incredibile variazione di stato e di comportamento. La cosa non è marginale e non lo è neppure nella logica del rapporto tra scienza e società che questo momento storico propone in un coagulo forse catastrofico (attraverso l’etimo del capovolgimento) di tanti possibili pensieri e osservazioni. Se di catastrofi si parla proviamo allora a tracciare un solco (o un graffito) per tentare di estrarre anche noi, nell’iperbole dell’allegoria, un modello di ragionamento.

 

La cosa significativa, che lega le storie di cento anni fa a quelle di oggi, s’innesta nello sforzo delle geografie linguistiche di estendere (come in Risiko) i propri domini; la ricchezza del linguaggio matematico, dalla sua capacità di descrivere diverse e altre funzioni costituisce un potente autocontrollo, volto a stimolare l’azione di ricerca spesso solo su ciò che si può descrivere: i sistemi di equazioni differenziali del XIX secolo non sono utili per descrivere i problemi e dare le risposte a molte domande del XX o del XXI secolo. L’intoccabile assioma della conservazione della continuità, ad esempio,  è uno di quei solchi violenti che ha tenuto il morso stretto in frenata per molti anni. Eppure i fenomeni “più o meno determinati” nell’esperienza della vita erano incessanti e presenti. René Thom, in un salto tra topologia innovativa e stimolazioni di embriologia, sarà capace di creare una teoria  tra Aristotele-Hegel e Maxwell oltre il determinismo di Laplace. In effetti interrompere il continuo, rompere un equilibrio strutturale e morfologico voleva dire (come già aveva intuito Hegel) proporre rotture, salti, (catastrofi) piuttosto che continue e progressive variazioni di stato nella descrizione della mutazione. Perché ci sono oggetti che restano fermi, immobili, morfologicamente bloccati per lungo tempo e poi subiscono brusche (apparentemente incomprensibili, quindi terribili) modificazioni? E perché (oggi più che mai) siamo di fronte a sistemi complessi in cui l’incredibile numero di variabili non permette aggregazioni razionali per classi discrete utili a semplificare un approccio descrittivo? E perché le forme e le immagini in cui siamo immersi costantemente sembrano essere sempre più risucchiate da un effetto emergenza, che scandisce, attraverso una propria entropia, la difficoltà di avvalersi di normali modelli quantitativi o qualitativi?

 

Allora la catastrofe, che da eccezione e follia del continuo appare oggi più uno stato morfologico e strutturale, formale e coerente anch’esso secondo le regole che lo hanno generato (in questo la Teoria di Thom trova ancora un riscontro), costituisce un’allegoria utile a personificare e governare azioni e apparenti risultati, processi climatici, modificazioni ambientali, urbanistico-architettoniche e sociali, bordi e contorni (piuttosto che centri e sostanze) delle forme espressive. E solo l’aumento progressivo ed incessante del potere di risoluzione (accuratezza, densità informativa, velocità, interazione d’accesso, interdisciplinarità) degli strumenti di comunicazione, di lettura e di misura per il progetto sembrano offrire una chiave di tendenza interpretativa per descrivere qualitativamente il continuo spezzato, in un alternato e complementare rapporto tra microscopico e macroscopico.

 

Prevedere e spiegare (non i terremoti) ma questa “evoluzione di forme” è un compito a cui l’architetto non può e non deve più sottrarsi. E nella percezione di quanto tutta la nostra categoria (dallo studente universitario al professionista) sta mettendo a disposizione delle città e del territorio dell’Abruzzo forse si può intravedere un momento di riscatto.

di Marcello Balzani (Fonte: ARCHITETTI numero 4, Aprile 2009)

 

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