Al punto che nessuno può fare a meno di progettare…

Io invece sono alla ricerca di un’architettura che coinvolga tutti perché è coinvolta con tutto, in ogni sua articolazione di radice e di ramo, ed esprima questo suo coinvolgimento con linguaggi molteplici: stratificati, duttili, aderenti, riconoscibili per risonanza con la tradizione, sorprendenti per energia innovativa. Dove ciascuno possa entrare al suo proprio livello di percezione e rappresentazione. Voglio dire: cerco un’architettura che tutti, in modo diverso, possano comprendere e usare, che torni a essere primo riferimento concreto del consistere umano nello spazio fisico e sociale; un’architettura che non si può ignorare, al punto che ciascuno deve finire col progettare, che nessuno può fare a meno di progettare.”

Giancarlo De Carlo
(da Franco Bunčuga, Conversazioni con Giancarlo De Carlo. Architettura e libertà, Elèuthera, 2000)

 

Lo so che non è facile e che non sarà facile per molti di noi.
Il mercato delle costruzioni è in grande difficoltà; e lo sarà almeno per i prossimi due anni.
La quotidiana battaglia per il massimo ribasso distribuirà cenere sulle macerie che già si stanno radunando intorno all’idea di un’azione consapevole e cosciente.
Sembra un mondo che stenta a produrre innovazione perché non è servita a generarlo.
Un luogo della trasformazione del territorio in cui gli attori (tutti, nessuno escluso) hanno preferito dedicarsi al nuovo per forza (spesso con tecnologie vecchie) piuttosto che alla riqualificazione e al recupero dell’esistente avendo la possibilità di innescare una verifica concreta del processo edilizio. Una verifica normativa, tecnologica, produttiva, professionale, che doveva porsi con un approccio critico e pragmatico, nell’assenza della quale, ora, appare evidente il distacco dalla realtà delle cose.
Gli architetti sembrano disarmati.

 

Nell’albeggio di questo anno che è alle porte si può facilmente riconoscere che quanto è accaduto negli ultimi mesi è solo l’inizio di un fase molto più complessa in cui i cambiamenti giungeranno con rapidità e crudezza (per non dire crudeltà pensando soprattutto alla condizione di tanti giovani e giovanissimi) e che nulla potrà rimanere come prima: nella formazione, nella professione, nella pubblica amministrazione, nei cittadini e nell’espressione dei loro bisogni.

 

Ma sono anche (lo credo fermamente da quando ho desiderato diventare ed essere architetto) che mai come ora il nostro ruolo può e deve essere fondamentale. Rileggo le parole di Giancarlo De Carlo e sento che non ho sbagliato. Ascolto dentro di me il sorgere di un pensiero che chiede di tradursi in azione. Non dimentico quanto ho studiato, quanto ho imparato dagli errori, dal fare quotidiano, dal confronto con il lavoro e con i colleghi, quanto ancora è forte la curiosità e il desiderio di comprendere la realtà in tutte le sue forme spaziali e sociali. Il nostro Paese è più ricco di quanto ci appare nella deformata immagine dei media. E dal mio osservatorio privilegiato, che mi permette di venire a contatto con molte realtà dalla Valle d’Aosta alla Sicilia, intuisco un forte bisogno di rinnovamento reale della professione tecnica. Un rinnovamento che chiede di cambiare radicalmente, senza disperdere quanto di buono è stato messo in atto in tutti questi anni difficili, ma anche senza avere timore di fare delle scelte, alzando l’asticella, di strutturare diversamente il ruolo, la finalità e la trasparenza dei nostri organi professionali. Tutto ciò è importante oggi.
È necessario adesso!

 

Al nuovo Consiglio Nazionale, che sarà insediato ormai quando questo editoriale sarà stato pubblicato (parole scritte alla vigilia di un voto prenatalizio inviato via fax), aspetta un compito determinante. Un compito che riguarda non solo se stesso (ovvero ad esempio di decidere di operare fin da subito nella pubblicazione e nella trasparenza del bilancio come nell’economia di funzioni che non possono più essere dedicate in esclusività seguendo solo la logica di rappresentanza) ma anche il peso e il valore che una nuova concretezza del CNA possono trasmettere a tutti i Consigli provinciali.
Ci sono tante domande a cui bisogna dare delle risposte.

 

Domande sulla comprensione di un ruolo, a cui le parole di Giancarlo De Carlo fanno dà sfondo o forse dà orizzonte. Perché non investire realmente energia e volontà sul significato che la parola progetto esprime e identifica? Quella parola che è assente dal dibattito politico, che sembra essere solo un ostacolo, una perdita di tempo, un costo obbligato ma non necessario per operare con rapidità e senza regole la trasformazione del territorio. La nostra professione non esiste più, viene annullata, quando il progetto diventa evanescente o fotocopia di norme e di prassi. Già, perché la perdita di progetto è direttamente proporzionale all’incremento di altre funzioni descrittive ed asseverative che oggi impegnano i tavoli degli architetti con pagine e pagine di schede e relazioni, nel rispetto di norme (nazionali e regionali) scritte da giuristi e avvocati che non hanno mai visto un cantiere e che non sanno come succede nella realtà del processo costruttivo. Incoerenze che, per essere risolte, impegnano i professionisti tecnici più del dovuto, acquisendo responsabilità al calor bianco, per non perdere l’opportunità di operare. Una consapevolezza che non ha prezzo e che non trova, nelle logiche del mercato, la motivazione per rendere visibile, tangibile, comprensibile cosa significhi e quanto valga veramente progettare. Nell’assenza di una valorizzazione di un ruolo si cade nell’assenza di una reale tutela del valore di ciò che si fa. Ed oggi la maggioranza degli architetti, quando lavora, lavora per un compenso ben più basso di quanto esprime ed offre in qualità e soprattutto in responsabilità. Il problema è ancora maggiore se lo si guarda dal punto di vista dei giovani.
Quei giovani che sembrano già esclusi dal mercato prima ancora di entrarvi.

 

Quei giovani che dovranno trovare nei prossimi anni una tutela nel percorso di tirocinio postlaurea, che non dovrà diventare un luogo di interessi e di spartizioni di crediti tra Ordini e Società di Formazione, ma che potrebbe invece rappresentare, in un momento di difficoltà del Paese e del mercato delle costruzioni, un importante anello di congiunzione generazionale per travasare ed acquisire competenze tra Facoltà di Architettura e Ordini degli Architetti. L’Università deve aprire le porte a chi può formare i giovani futuri architetti nell’insegnare cosa significa operare nel territorio tra prassi e tutela del ruolo: un’abilità di esercizio professionale che un tempo non era richiesta ma che oggi invece costituisce la prima difesa per la vita, la creazione di anticorpi necessari all’avviamento professionale per non diventare subito carne da macello. Gli Ordini non devono abbondare il rapporto con le Università nella formazione permanente, devono difendere questo rapporto per riuscire a creare (anche con l’istituzione di Tecnopoli di ricerca per lo sviluppo d’impresa e Distretti tecnologici) una modalità di acquisizione dei processi di innovazione.

 

Già perché qui sta il punto. Il nostro mondo, quello delle trasformazioni del territorio, non sembra un paese per giovani, mentre invece i giovani sono proprio coloro che più di tutti appaiono portatori delle motivazioni di cambiamento. E non sarà possibile introdurre diffusamente nuovi materiali e nuove tecnologie (che nel settore della riqualificazione costituiscono l’unico futuro possibile anche per riavviare il mercato) senza il contributo dei tecnici professionisti e fra questi in prima fila degli architetti, che da sempre rischiano di più sulla sperimentazione e l’innovazione. Quindi ancora una volta il ruolo del progetto.
Quel progetto che vorremmo diffuso, incessantemente sperimentato, messo in gara, in concorso di idee, di valori, di contenuto, istituzionalizzato!
Quel progetto che ci insegnano a condurre sin dal primo anno di iscrizione al corso di Laurea e che non ci abbandona mai, per tutta la vita.
Quel progetto di cui non se ne può fare a meno, per la tenuta e lo sviluppo di un paese!

 

L’immagine di apertura, La copertina di Architetti 1-2/2011, è fatta di volti di architetti che operano nella società italiana e nel mondo. Ci scuseranno spero i colleghi e gli amici. Abbiamo pensato che questa sia la realtà vivente della nostra professione, con tutti i ruoli e le contraddizioni che può esprimere. Sono solo alcuni. La scelta non è legata al bisogno di creare una classifica quanto piuttosto una motivazione di esistenza: giovani, archistar, critici, soprintendenti, docenti…..


di Marcello Balzani

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