Adolfo Natalini targa d’oro UID 2016

adolfo natalini

(di Marcello Balzani)

Su cosa sia il disegno potrei dire come Sant’Agostino: «Se non me lo chiedono lo so, se me lo chiedono non lo so». Eppure ho passato la vita a disegnare e non son capace di pensare l’architettura senza immagini e figure, e queste immagini si fissano solo col disegno e con la costruzione. Ho disegnato moltissimo. Ho tracciato infiniti piccoli segni e li ho guardati allinearsi sui fogli come tracce d’ insetti. Ricordo quando da ragazzo abitavo al mare e la mattina andavo a vedere sulla spiaggia le tracce degli scarabei stercorari che lì si chiamavano ruzzolamerde… quando abitavo in campagna, dopo le nevicate andavo a vedere le tracce degli animali. I segni che io ho lasciato sui fogli, a distanza, mi sembrano analoghi a queste tracce.”

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“Porto sempre in tasca un armamentario di penne (una fine, una grossa) e una a china, e un lapis morbido, e molte matite a colori (quattro) e anche una cera bianca per coprire i disastri, e un ibrido tra portamine e compasso che mi è costato una fortuna. Ho sempre paura di non aver gli attrezzi giusti… E porto un quaderno per i disegni, e se potessi me ne porterei un altro per scrivere, e molti altri aggeggi… Poi magari non scrivo o non disegno nulla, con tutto questo armamentario. Ma non vorrei rischiare di perdere un’idea, semmai dovesse arrivare…”

Ho usato il disegno come il pescatore la rete. Ho passato giorni a tessere questa rete, ed altri a rammagliarla. Per lunghe notti l’ho gettata e poi ho aspettato che le idee, pesci guizzanti e imprevedibili, vi restassero impigliate. Ho usato il disegno come il cacciatore le trappole. Con la pazienza dei miei nonni contadini ho preparato la terra, con la pazienza e l’ostinazione del contadino ho continuato a lavorarla giorno dietro giorno, anche quando la stagione lasciava credere che non ci sarebbe stato raccolto. Con la pazienza del muratore ho poggiato mattone su mattone per costruire un muro curvo e trasformarlo in un recinto per accogliere le idee. Poi ho capito che erano queste maniacali operazioni a generare le idee, o meglio a renderle visibili al mondo.”

Queste parole, tratte da un’intervista di Pino Scaglione per «d’A» del 30 ottobre 1990, sono state l’introduzione commossa di una vera e propria lezione d’architettura che Adolfo Natalini ha regalato alla platea di colleghi raccolti a Sant’Apollonia a Firenze nell’ambito del 38° Convegno internazionale dei Docenti delle Discipline della Rappresentazione – XIII Congresso della Unione Italiana del Disegno.

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Adolfo Natalini poco prima aveva ricevuto dalle mani del Presidente UID Vito Cardone la Targa d’Oro UID 2016, per (si legge nella motivazione del comitato scientifico che ha selezionato la sua candidatura) “la generosità e l’impegno dello studioso, sempre pronto a lavorare per gli altri e con gli altri, appassionato testimone di un messaggio proprio di ogni autentica scienza”.

Un percorso nel disegno che Natalini ha iniziato a compiere fin dal 1954, ha raccontato lui stesso “usando piccoli blocchi da disegno Fabriano con la copertina celeste. Ma disegnavo anche su carte di ogni tipo, con preferenza per carte già usate (usavo il retro di fogli da disegno trovati a scuola, vecchi moduli, carta da pacchi). Disegnavo la mia mano, ritratti di compagni di scuola, paesaggi, autoritratti. Nel 1958 avevo imparato a disegnare molto bene e non sono stato più capace di fare disegni come quelli che facevo allora su carte grigie da pacchi.”

“Ho cominciato a dipingere, poi ho cominciato l’Università e alla Facoltà di Architettura mi hanno insegnato un altro tipo di disegno, esatto e regolare di cui non sono mai stato capace. Ho imparato a tenere in ordine i disegni e le idee, come i libri di una biblioteca. I disegni degli altri hanno cominciato a fare parte dei miei. Ho iniziato a usare carte trasparenti (il lucido, il burro, il cipollino) sulle quali tracciare disegni che derivavano da altri, modificandoli per generarne altri ancora. I fogli trasparenti si potevano sovrapporre come una sequenza di giorni: avrei voluto che ogni disegno conservasse nel suo interno tutti gli altri e mi addolorava perdere anche una sola linea. Verso il ’64 ho iniziato a usare altri album da disegno, col dorso a spirale…”

E poi non ha mai smesso, con un’attenzione maniacale di cui non è facile liberarsi.

Chi lo ha avuto come professore probabilmente conserva (come me) ancora i rotoli di carta da spolvero in cui la sua matita scorreva per revisionare, ma sarebbe meglio dire correggere, attraverso la proposta e la ricchezza di forme, la pseudo architectura in nuce di noi studenti, che lo ascoltavano far lezione nell’aula dell’Accademia di piazza da San Marco, dove il Fattori faceva scendere dal cielo del soffitto le sue tele.

Oggi, che il disegno automatico impera e la professione dell’architetto è proiettata a confrontarsi con la cogente trasformazione del BIM, ci sarebbe da chiedersi a cosa serve questo rapporto fisico con la rappresentazione. Una postura diversa per comprendere il mondo. Una sinestesia spaziale che avvolge e rende inclusivo e partecipato il rapporto di comprensione e poi di trasformazione della realtà.

Può esistere l’architettura senza disegno?
Adolfo Natalini, un ostinato contadino ed abile pescatore classe 1941, continua a seminare e gettare la sua rete e sorride…

 

Nelle immagini, alcuni dei disegni mostrati da Adolfo Natalini durante la premiazione.

Tra le pieghe del foglio

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