Accessibilità: l’inclusività di Edipo

(di Marcello Balzani) A volte ci si chiede se l’architettura, come molte delle forme e delle rappresentazioni prodotte dall’uomo, non sia intrinsecamente segregativa e discriminatoria. È un dubbio che ho maturato negli anni. Un pensiero difficile e doloroso che cresce insieme agli sforzi, che superano ormai i venticinque anni di missionariato dedicato al diffondere, descrivere criticamente, operare nel settore dell’accessibilità urbana.

 

Ero appena laureato che, per una serie di destini favorevoli, ebbi l’opportunità di conoscere Fabrizio Vescovo, un “architetto pioniere” o un vero “marziano” che dalla metà degli anni Settanta aveva iniziato ad esporre operativamente l’utopia di una città accessibile e per tutti. Con Vescovo ebbe inizio non solo un’amicizia profonda […] ma anche la maturazione progressiva al progetto inclusivo, all’architettura come possibilità attiva di comprensione e di disponibilità verso gli altri. Forse, prima di qualunque altra cosa, prima dei regolamenti guida, delle normative cogenti, delle abilità tecnologiche e gestionali, esiste un’accessibilità al proprio spirito, ad una dimensione cosciente che crea il vero unico spartiacque culturale.

 

O si comprende questa ragione […] o non si vuole accettare e si trasla non in secondo piano ma molti piani al di sotto del ruolo etico dell’architetto e si lavora tutti I giorni ponendosi molti (veramente molti) meno problemi. I problemi nascono dal fatto che ogni momento in cui si pone in essere un progetto, in cui si realizza uno spazio o un luogo, per quanto raffinato e intelligentemente attento alle diversità e ai profili esigenziali, qualcuno ne rimarrà escluso. […]

 

Ricordo quanto mi esposi sulle testate che dirigo, nel decennale del DPR n. 503 del 1996, per ribadire come fosse giunto il momento di comprendere quanto si era fatto e di come fosse essenziale lanciare una nuova utopia. Il DPR 503 è una norma che definisce come scopo e applicazione (art. 1) il raggiungimento, per chiunque, di una “comoda e sicura utilizzazione di spazi, attrezzature e componenti” della scena urbana. Una norma moderna, prestazionale, culturalmente avanzata, che apre il progetto della città verso confini di innovazione che non riguardano solamente il problema della “eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici, spazi e servizi pubblici”.

 

[…] I primi dieci anni di applicazione della norma sono stati un importante banco di prova […]. Ma dopo oltre quindici anni dalla sua pubblicazione, le città appaiono più accessibili? Si è di fronte ad una realtà costruita che contiene in maniera più diffusa quei caratteri di “comfort ambientale” e di progetto per un’utenza allargata che la legge imposta e stimola? Questo avviene almeno in parte nelle città in sviluppo, nelle porzioni rifondate e di nuova espansione? Il tessuto urbano esistente viene progressivamente adeguato?

 

Molte domande con poche risposte positive. Il tema è sicuramente complesso, intrecciato e pluridisciplinare. Forse non c’è una risposta univoca, ma punti di vista con valori e risultati diversi. Certo è che i modelli sperimentati in questi anni hanno inciso sulle motivazioni che inducono ad una riconoscibilità della realtà costruita e ad una critica sulle possibilità di gestione. Provai, proprio nell’occasione del decennale legislativo, a schematizzare tre modelli possibili di approccio al problema:
morfologico – metrico prestazionale (rilievo critico descrittivo e qualitativo), soprattutto indirizzato sul tessuto urbano (tipologia), sul piano orizzontale, sulla pavimentazione, sulla componentistica di arredo funzionale […];
didattico – partecipativo (azioni di coinvolgimento per categorie, laboratori creativi), applicato su situazioni urbane in cui viene valorizzato il sistema dei percorsi (orientamento e navigabilità) […];
comportamentale – etico significativo, impone una radicale modificazione del rapporto d’uso con i mezzi di trasporto, del sistema di valori sul tempo e lo spazio di vita e il recupero dell’autonomia […].

 

Il primo modello è quello più condiviso. […] I risultati ottenuti in molti centri urbani grandi e piccoli in Italia, tuttavia, dimostrano che l’approccio morfologico-metrico-prestazionale non è sufficiente. Da solo non basta a sviluppare criteri di trasformazione concreta all’uso e alla conoscenza del tessuto urbano.

 

[…] Il secondo modello può essere un ottimo comburente per l’innesco di un successo diffuso. La visione pedagogico-partecipativa permette di uscire dall’ambito prettamente tecnico e di integrare i processi di condivisione con uno sforzo di avvicinamento ai cittadini e non solo attraverso i rappresentati delle associazioni. Ma se si selezionano i risultati concreti prodotti si potrà notare come nei fatti gli interventi risultino marginali […].

 

Il terzo modello pone invece in maniera diretta un problema etico-politico. In poche parole ci si chiede: se quarant’anni fa poteva sembrare folle e impensabile per un paese come l’Italia aprire il progetto architettonico e urbano ai problemi delle persone reali e chi lo faceva aveva un obiettivo “apparentemente utopistico” (penso al “marziano” Fabrizio Vescovo e alle sue prime prescrizioni) perché oggi non è possibile, visti gli straordinari passi avanti realizzati, avere il coraggio di individuare una nuova utopia verso cui lavorare e credere tutti?

 

Ho già avuto modo in altri editoriali di descrivere il mio pensiero in merito alla concretezza dei modelli comportamentali e di come essi incidano nello sviluppo della trasformazione dello spazio architettonico. Mettere in atto un percorso di strategia integrata dei tre modelli potrebbe ridare slancio ad una progettualità assopita su logiche entomologiche vocate alla iperdescrivibilità tecnico-economica-normativa ma con pochissime ricadute pratiche ed operative che incidano sui comportamenti di tutti.

 

Una città con una “comoda e sicura utilizzazione” da parte di chiunque dello spazio pubblico è una città in cui tutti adottano dei nuovi modelli di comportamento, concedono tempo e spazio alla qualità della vita, modificano la visione dei condizionamenti routinari, a partite dal significato delle scelte di programmazione e di progetto.


Il testo integrale dell’editoriale è pubblicato nell’e-zine “Accessibile”.


Marcello Balzani è Direttore di Paesaggio Urbano e Architetti tabloid

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