Accessibilità e Inclusività in architettura

(di Marcello Balzani)

Venerdì 16 settembre si apre a Firenze, alla Fortezza da Basso, la V edizione della Conferenza nazionale sulle politiche della disabilità organizzata dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali in collaborazione con il Comune di Firenze e la Regione Toscana. Un incontro importante che vede la partecipazione di molte Istituzioni, degli Enti del Terzo settore, di operatori, organizzazioni della società civile e di tante persone che vivono quotidianamente uno stato di difficoltà, sperando di conservare e aumentare la propria autonomia.

Per due giorni otto gruppi di lavoro entreranno nel merito di queste politiche e di un possibile programma di attuazione, cercando di descrivere le priorità e le criticità, mettendo in luce le buone pratiche che si possono condividere nella scuola e nel lavoro, per vivere una vita indipendente e in salute. Tra le tematiche dei gruppi di lavoro:

  • Gruppo 1 – Riconoscimento della condizione di disabilità e valutazione multidimensionale finalizzata a sostenere il sistema di accesso e la progettazione personalizzata
  • Gruppo 2 – Autonomia, vita indipendente e empowement della persona con disabilità: le politiche pubbliche, sociali, sanitarie e socio-sanitarie di contrasto alla disabilità
  • Gruppo 3 – Diritto alla vita e alla salute
  • Gruppo 4 – Processi formativi e inclusione scolastica
  • Gruppo 5 – L’inclusione lavorativa e protezione sociale
  • Gruppo 6 – L’ accessibilità (informazione mobilità, servizi) nella prospettiva dell’Universal Design
  • Gruppo 7 – Cooperazione internazionale e proiezione internazionale delle politiche sulla disabilità
  • Gruppo 8 – Reporting e statistiche

Scarica qui il programma della conferenza

Il Gruppo 6 è quello che più si connette all’ambito progettuale e cercherà di dare una risposta alla domanda, verificata ahimè nei fatti, sul perché l’architettura e l’urbanistica (forse meno il design), come molte delle forme e delle rappresentazioni prodotte dall’umanità, possano apparire così intrinsecamente segregative e discriminatorie.

Un pensiero doloroso che in me cresce insieme agli sforzi, che superano oltre trent’anni di tempo e passione volontaria dedicati al diffondere, descrivere criticamente (attraverso le pagine di Paesaggio Urbano), ed anche operare nel settore dell’accessibilità urbana. Ero un giovane laureato e, per favorevoli destini, ebbi l’opportunità di conoscere Fabrizio Vescovo, un “architetto pioniere” che dalla metà degli anni ’70 aveva iniziato ad delineare (con concreta operatività) l’utopia di una città accessibile e per tutti.

Con Fabrizio ebbe inizio non solo una profonda amicizia che mi ha cambiato la vita e che ancora, quando ci sentiamo e ci confrontiamo sull’incredibile realtà delle cose che accadono, non finisce di stupirmi per la sua instancabile tenacia, ma ebbe inizio anche la maturazione progressiva al progetto inclusivo, all’architettura come possibilità attiva di comprensione e di disponibilità verso gli altri.

Allora, passando per l’innovazione della Legge n. 13 del 1989 con il DM n. 236 e poi per l’estensione prestazionale del DPR n. 503 del 1996, si sviluppò una feconda stagione di consapevolezza e si stimolò l’esigenza di una formazione diffusa che sembrava far crescere l’idea che si potesse abbattere lo spartiacque culturale che divideva i professionisti tecnici (pubblici e privati) tra coloro che ci credevano (veramente pochi) da coloro che non si ponevano minimamente il problema (veramente molti) se non in una logica di tecnicismo morfologico-distributivo.

In ogni momento che si pone in essere un progetto, che si realizza uno spazio o un luogo, per quanto raffinato e intelligentemente attento alle diversità e ai profili esigenziali, qualcuno ne rimarrà escluso. E questa esclusione non dipenderà solo dalla forma, ma anche dai comportamenti indotti, dalla semplicità o dalla complessità del percorso che l’accessibilità descrive, dall’idea stessa che il significato architettonico imprime allo spazio e al luogo. Comprendere tutto ciò permette di disporre di più energia e forza operativa perché il differenziale segregativo o discriminatorio risulti ridotto e limitato. Non è semplice, ma ci si deve provare.

L’inclusività, una parola che si utilizza molto in questi frangenti di globalizzazione consumistica imperante (spesso con l’aggettivazione culturale), è molto più difficile da raggiungere. È un’isola di Utopia ancora più lontana dal continente ostile e ostacolato da molteplici barriere (e muri) incessantemente eretti e rinforzati (a volte con il filo spinato) in cui viviamo tutti giorni.

L’inclusività richiede qualcosa che non si descrive soltanto prestazionalmente o formalmente con un dispositivo (rampa o servoscale che sia). Un tempo scrivevo che pensare inclusivamente richiede avere molta memoria, ricordare le diverse forme che ci sono appartenute, e che, come diceva Borges nella sua poesia Edipo e l’enigma del 1985, ci annienterebbero se apparissero nella contemporaneità individuale.

La verità è che non c’è necessità di “scorgere l’ingente forma del nostro essere”, perché essa è già di fronte a noi ogni giorno, nelle vite degli altri che condividono con noi lo spazio e il tempo della nostra stessa vita e che trasformano intimamente lo spazio e le cose contenute in esso, con i loro desideri e le loro passioni.

Lo scrivevo allora e ci credo ancora!

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