Abundant Amelia. A Londra Dallaspierce+Quintero coltivano un nuovo pensiero urbano

Lo studio inglese Dallaspierce+Quintero Architects (DPQ), voce emergente del panorama londinese, sta portando avanti un originale percorso di ricerca nell’ambito dei modelli di rigenerazione degli spazi pubblici cittadini. L’obiettivo cardine è la possibilità di apportare miglioramenti significativi nelle aree di recupero “coltivando” un nuovo pensiero urbano basato su di una piattaforma sociale alternativa, che non solo abbia la capacità di migliorare l’aspetto visivo del contesto pubblico, ma anche di unire le comunità, incoraggiando i residenti a far crescere la propria partecipazione nelle scelte progettuali. Secondo Dallaspierce+Quintero, solo attraverso la partecipazione è possibile innescare dei processi rigenerativi efficaci e la creazione di comunità improntate su criteri di sostenibilità.

“Coltivare un nuovo pensiero urbano” è esattamente la chiave di lettura dell’innovativo progetto Abundant Amelia, con cui nel 2009 lo studio DPQ ha vinto un concorso di urban design, promosso dalla londinese Architecture Foundation, per la riqualificazione dell’area di Amelia Street, nel quartiere londinese di Elephant & Castle a Southwark.  Infatti la loro proposta di sviluppo urbano creativo affronta un progetto di 3 ettari che offre alla popolazione residente la possibilità di coltivare prodotti alimentari, piante aromatiche ed alberi da frutto per le vie del quartiere: ricollocando lo spazio e fornendo adeguate infrastrutture è possibile creare nuove dinamiche che mirano ad incoraggiare le comunità locali a coltivare i propri prodotti alimentari.

Il quartiere di Elephant & Castle ospita nella zona di Amelia Street alcuni degli ultimi edifici vittoriani sopravvissuti a Londra, eredità dell’antica Tenuta Pullens costruita tra il 1870 ed il 1874. La tenuta, che originariamente comprendeva 684 abitazioni e numerosi laboratori artigiani, è divenuta proprietà delle autorità locali 100 anni dopo, nel 1970. L’Amministrazione prevedeva la demolizione dei 351 edifici rimasti, ma nel 1980 un’alleanza tra inquilini e squatters ha combattuto con successo per salvarli. Questo spirito comunitario è stato valorizzato dal progetto di DPQ al  fine di far nascere micro-aziende agricole urbane, giardini popolari ed orti comunitari, sulla  base dei quali i sistemi di quartiere possono innescare interessanti e innovative funzionalità.

La strategia progettuale si è basata sul recupero del potenziale esistente: gli spazi verdi sottoutilizzati o abbandonati sono stati riconvertiti, senza alterare la qualità dello spazio, per la coltivazione di prodotti alimentari per la comunità. I nuovi alberi lungo le strade, che produrranno noci e frutta autoctona, e le siepi di more costituiscono un’utile attrattiva per le api, che consentiranno la produzione del miele nelle arnie posizionate sui tetti. Verdure in piccoli orti ai margini delle strade pedonali ed una passeggiata, dove i cassonetti diventano nella parte superiore luoghi per le erbe aromatiche, si affiancheranno alla riconfigurazione spaziale e paesaggistica. Le diverse criticità di forte impatto visivo che confinano con le strade (recinzioni, barriere, ponte ferroviario, accessi veicolari, ecc..) sono state risolte con soluzioni di moderazione del traffico e di recupero della qualità di vita: fioriere e piante rampicanti, nuove superfici di pavimentazione, soglie, illuminazione, impianti, segnaletica, sedute, spazi ciclabili, energia alternativa e riciclo dei rifiuti. Naturalmente l’analisi ambientale del quartiere ha permesso di individuare le posizioni ottimali per l’inserimento dei nuovi spazi per la coltivazione, identificando le aree soleggiate con il maggiore potenziale da sfruttare.

Prima di nominare il vincitore, i progetti selezionati sono stati esposti in una mostra pubblica per consentire ai residenti della comunità locale di visionarli. Successivamente è stato elaborato uno studio di fattibilità in stretta collaborazione con gli utenti, tappa fondamentale per un’impostazione dei parametri di progetto che ha permesso di tradurre il tutto in una realtà praticabile in breve tempo.

Jonathan Dallas, direttore di DPQ, sottolinea come “l’approccio si sia basato sul restituire a tutti gli utenti un senso di appartenenza alla sfera pubblica, utilizzando l’idea di una comunità in crescita con il proprio cibo come strategia per la progettazione dello spazio pubblico. Abbiamo cercato di individuare quegli interventi che possano permettere il massimo beneficio sociale e l’interazione umana. […] È importante per noi sottolineare che le idee proposte non delineano un progetto definitivo. Il nostro primo passo è stato quello di analizzare le molte osservazioni dei residenti pervenute durante la mostra, così come altri criteri, quali i costi, i tempi e tutto il resto. Nel nostro ruolo di progettisti, riteniamo che sia essenziale negoziare il dialogo con tutti i soggetti coinvolti, per realizzare un buon rapporto di lavoro. Il nostro approccio è quello di sviluppare le attività negli spazi istituzionali e  nella sfera pubblica affinché i cittadini siano più consapevoli e capaci di utilizzarli come un catalizzatore per molti altri miglioramenti”.

di Andrea Cantini

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