Abitare Contemporaneo: la Casa Semplice

L’architettura rappresenta per ciascuno la definizione della propria identità, e attraverso i suoi caratteri si relaziona alle tradizioni che identificano un luogo e la sua cultura, contesto in cui l’uomo manifesta una perpetua ricerca di centralità. Un’azione che si può rivelare nell’intima metafora di perdere la meta e, attraverso l’azione di estraniamento, ripercorrere i propri passi fino l’atto del cingersi, nello spazio chiuso o aperto della propria abitazione, in cui ritrova se stesso.

Ciò presuppone lo studio del progetto della propria casa come innesto in un organismo esistente, naturale e/o costruito, di cui si conoscono intimamente i caratteri, e agire in esso come a creare una lesione. Un’azione più profonda del contestualismo, poiché la connessione avviene dopo una lacerazione a cui segue la fusione di azioni progettuali avvenute in anni o secoli differenti ma compresenti temporalmente nel medesimo luogo.

E quando il nuovo atto progettuale è in perfetta continuità con l’esistente, lo capiremo vedendolo rivelarsi senza mai mostrarsi, poiché ha saputo interpretare l’intorno e farlo proprio, traendo forza da esso.

Queste sono le riflessioni che accolgono i caratteri della casa che ancora non abbiamo, che ci rivela la volontà nella ricerca progettuale contemporanea di ottenere una qualità diffusa del costruito, attraverso la scelta di temi progettuali approfonditi in maniera duttile e mirata, in relazione ad uno specifico contesto, come la semplicità, quasi a rendere anonimo l’intervento.

Nel Laboratorio di Progettazione Architettonica del primo anno del Dipartimento di Architettura dell’Università di Ferrara, proprio attraverso la semplicità lo studente Michele Cappellotto ci ha dimostrato come tutto questo possa concretizzarsi attraverso i caratteri propri del progetto di un’abitazione unifamiliare nel contesto della città storica di Ferrara, in un lotto stretto e lungo dalla sezione di circa 11 m, aperto sui due fronti dell’isolato, a costituire un continuo vuoto di piazza, in cui si colloca il sedime quadrato del nuovo edificio.

Oggetto del progetto è un’abitazione di circa 130 mq, più uno spazio di circa 65-90 mq destinato ad una funzione complementare, che Cappellotto ha interpretato come l’atelier di un fotografo.

L’approccio di relazione con il contesto e l’organizzazione funzionale si contraddistingue per la scelta di collocare a piano terra, con doppio volume interno, lo spazio espositivo del fotografo e ai piani superiori l’abitazione. Scansione che architettonicamente si rivela con la presenza di un basamento, dell’altezza di un piano, inclinato rispetto il filo strada affinché inviti all’ingresso dello studio, e del giardino privato dell’abitazione, in un percorso esterno che mette in collegamento i due fronti dell’isolato e la piccola piazza. Questo anche per favorire dinamiche di densificazione nella parte rimanente della piazza ma anche per un mantenimento dello spazio di corte tipico dell’identità del luogo.

Un basamento interpretato come un recinto continuo e chiuso, che ha la volontà di separare dall’esterno, ricavando uno spazio spirituale ed esclusivo, in cui l’altezza del muro segue la linea dell’edificio esistente sul fronte di destra, mentre ai tre livelli superiori l’abitazione ha un’altezza che ricalca il punto più alto del costruito a cui si relaziona.

Il verde come giardino introverso è l’inizio e il culmine di un viaggio ascendente che parte dallo spazio più pubblico a piano terra, fino a piano terzo in cui si trova l’omonimo ambiente che diventa piacevole e privata estensione all’aperto degli ambienti giorno della casa.

La divisione orizzontale fra basamento e residenza ritrova le sue radici nella gestione funzionale della tipica casa a fondaco ferrarese che a piano terra ha la bottega e sopra l’abitazione.

La tradizionale cortina in mattoni è interpretata a piano terra con calcestruzzo a vista e ai piani superiori con intonaco bianco. Le piccole aperture, che per tradizione sono strutturate in un ordine lineare e simmetrico, sui fronti strada e interno, sono ripetute forme rettangolari strette e alte quanto un interpiano, che si organizzano sulla stessa impostazione delle prime, ma intervallando presenze e assenze. Il fronte sulla strada, in continuità con i profili edilizi esistenti, esalta la sua plasticità attraverso il ritmo delle aperture, l’effetto chiaroscurale d’ombra del loro imbotte in metallo bianco e con l’inclinazione del basamento in calcestruzzo naturale graffiato.

Nel progetto si legge un approccio progettuale sostenibile, sotto un profilo sociale, culturale e architettonico per quanto sopra descritto, e in termini di efficienza energetica nella scelta di realizzare un edificio la cui morfologia, unita ad una coerente soluzione d’involucro a cappotto rende l’abitazione autosufficiente in termini energetici, anche attraverso l’integrazione di un sistema di ventilazione e ricambio d’aria controllato e di impianto fotovoltaico in copertura.

Questo esempio è una delle oltre trenta proposte progettuali elaborate durante il corso, in cui gli studenti ci hanno dimostrato, cosa sia e come possa essere interpretata la casa che ancora non abbiamo, ma che vorremmo.

di Valentina Radi
Architetto, PhD, Docente a contratto di Teorie della Ricerca Architettonica Contemporanea, Afferisce alla sezione Architettura del Centro di Ricerche Architettura>Energia. Dipartimento di Architettura, Università degli Studi di Ferrara

Nell’immagine di apertura, vista e concept del progetto di Michele Cappellotto per la casa che ancora non abbiamo.

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